Chi della generazione dei trentenni e passa non ha giocato almeno una volta al mitico Rainbow Islands? Bene, i giusti capiranno. Ora, detto che il nome di per sé fa simpatia (anche se qui è utilizzato al singolare), bisogna aggiungere che la musica prodotta da questi ragazzi provenienti dall’immaginaria Bongolandia è davvero straniante – vale a dire, è un caso in cui le parole fanno una certa fatica a cogliere le varie peculiarità che la caratterizzano.
Volendo a tutti i costi darne una descrizione, potremmo parlare di echi tribali e droni psichedelici prodotti da tappeti di synth analogici. Nulla di particolarmente rivoluzionario, direbbe qualcuno, una new age da scantinato che richiama i primi Emeralds e High Wolf direbbero altri. E va bene, ma non è questo il punto. Nello specifico, il punto è che l’armamentario sonoro dei Rainbow Island crea atmosfere così ambigue e ricche di sfumature che resta difficile capire se il trip è di quelli buoni o di quelli andati a male, se il viaggio è gioioso o angoscioso.
In tutti i casi, fossi un appassionato di psichedelia, questi venti minuti esatti di esoteriche visioni non me li lascerei scappare per nulla al mondo.
16/01/2014
L’istintivo ritorno della premiata ditta Carney-Auerbach con dieci reinterpretazioni di classici blues e r'n'b
L’età adulta si fa suono e parola nel quarto capitolo della band culto del midwest
Il cantautore romano torna con un concept-album spiazzante e ambizioso, decisamente lontano dalle mode attuali
Il terzo album del sestetto country aggiunge distorsioni e guarda all'alternative rock
Un'opera dal deciso respiro internazionale prodotta da una delle più brillanti realtà del contemporary jazz italiano più contaminato
La "nueva escena chilena" si arricchisce di una band formidabile, tanto poetica quanto contundente
Gli svedesi intercettano la malinconia all'insegna di un etereo dream-pop
Il convincente debutto della giovane londinese che guarda all'America