Chi della generazione dei trentenni e passa non ha giocato almeno una volta al mitico Rainbow Islands? Bene, i giusti capiranno. Ora, detto che il nome di per sé fa simpatia (anche se qui è utilizzato al singolare), bisogna aggiungere che la musica prodotta da questi ragazzi provenienti dall’immaginaria Bongolandia è davvero straniante – vale a dire, è un caso in cui le parole fanno una certa fatica a cogliere le varie peculiarità che la caratterizzano.
Volendo a tutti i costi darne una descrizione, potremmo parlare di echi tribali e droni psichedelici prodotti da tappeti di synth analogici. Nulla di particolarmente rivoluzionario, direbbe qualcuno, una new age da scantinato che richiama i primi Emeralds e High Wolf direbbero altri. E va bene, ma non è questo il punto. Nello specifico, il punto è che l’armamentario sonoro dei Rainbow Island crea atmosfere così ambigue e ricche di sfumature che resta difficile capire se il trip è di quelli buoni o di quelli andati a male, se il viaggio è gioioso o angoscioso.
In tutti i casi, fossi un appassionato di psichedelia, questi venti minuti esatti di esoteriche visioni non me li lascerei scappare per nulla al mondo.
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16/01/2014