Damaged Bug

Hubba Bubba

2014 (Castle Face) | synth-wave

Dallo scorso dicembre i Thee Oh Sees sono una belva dormiente.
Dopo oltre cinque anni a tavoletta, una pausa era nell’aria. L’hanno annunciata direttamente dal palco, tra le mura amiche della Great American Music Hall di San Francisco, e in un certo senso è fuori luogo parlare di doccia gelata. Qualcuno avrà anche pensato a uno scherzo da buontemponi, venendo a sapere che un album nuovo di zecca era già in calendario per questo aprile. Non ci sono errori né malizie, però. “Drop” è pronto infatti da parecchi mesi e, presto o tardi, doveva uscire; Brigid Dawson ha salutato la Bay Area e preso casa a Santa Cruz, mentre John Dwyer ha fatto altrettanto a Los Angeles. Che non si tratti di una rottura vera e propria quanto dell’esigenza di dedicarsi ad altro, lo raccontano certe recenti note biografiche: il frontman ha tirato fuori dalla naftalina la sua precedente (e ancor più abrasiva) band, i Coachwhips, per una serie di concerti all’ultima goccia di sudore, ma nel frattempo ha anche mandato in stampa i vinili di quello che – omettendo gli esordi a nome OCS e dischi come “Dog Poison” e “Castlemania”, tutta farina del suo sacco – dovrebbe essere il suo primo album solista.

Dentro questo “Hubba Bubba”, digressione synth-wave dalle cadenze spesso e volentieri catatoniche, c’è tutta la passione del musicista statunitense per la paccottiglia ipnagogica e gli assemblaggi di suoni invertebrati, rigorosamente di recupero. Così quella ascritta a Damaged Bug prende corpo come fedelissima colonna sonora dell’alienazione dwyeriana, cupa e assai meno spensierata di quanto il taglio disimpegnato e approssimativo lasci intendere a un ascolto distratto. Una raccolta di divertissement che per impostazione programmatica può ricordare sia le sconclusionate esplorazioni in solitaria degli OCS, sia la rilassata futilità trash di alcuni dei suoi progetti minori come i Zeigenbock Kopf, evidenti nell’autismo post-industriale di “Rope Burn” (pure riscattato dalle sue belle infiorescenze rancide). Un discreto campionario di stranezze, quindi, articolato per scelta in tono monocorde e ritornante, con la chitarra di John limitata a pochi camei che corrispondono alle sole scorie residuali di marca Oh Sees: nell’avvio con “Gloves For Garbage”, numero sintetico dal sapore casalingo infarcito di umori bizzarri (ma sostanzialmente minimalista) nonché beffarda parodia di certe pose cold-wave, è lei a destare dalla generale letargia; in “Sic Bay Surprise” provvede invece a movimentare un garbuglio ancora vischioso, stralunato e pencolante, dominato dalla stessa rumenta ritmica già presente ovunque.

Non occorrono che questi pochi indizi per intuire le finalità ricreative di un’operina registrata per puro diletto; uno scarto stilistico considerevole rispetto alle consuete produzioni del Nostro, orientato qui a radicalizzare le proprie ludiche prospettive in un prodotto che appare volutamente (e platealmente) dozzinale. Ma “Hubba Bubba” è anche un disco malato e claustrofobico, come certi foschi episodi della seconda facciata chiariscono in maniera eloquente: “1/2 An Aeroplane” in particolare, magma lento, simulacro plastico della disperazione, rannuvolamento che non lascia filtrare un solo raggio di sole; per non parlare delle suggestioni robotiche che in “Metal Hand” spingono al parossismo certi cliché retro-futuristi di trent’anni fa, sempre in chiave morbosa e con esiti apprezzabili. La sublimazione dei deliri della casa arriva però con il congedo, un pastrocchio senza capo né coda che celebra nella facezia la dionisiaca vitalità creativa del musicista californiano.

Altrove fanno capolino scampoli di psichedelia narcotizzata in calchi sunshine-pop innaturali e abnormi, prolungate istantanee di un’inquietudine ormai guasta: gioco scoperto tra le pieghe di “Hot Swells” ma meno decifrabile in una “”SS Cassidinea” che, in un profluvio di buffi gorgheggi elettronici, colpisce più per l’interpretazione androgina sulla scia del primo Scott Weiland solista (la si confronti con “Desperation #5”, dal folle “12 Bar Blues”) che non per le reminescenze spaziali dai Flaming Lips di “Embryonic”. Poco oltre, ossessioni e fantasmi sembrano prendere vita come mostruose creature delle profondità oceaniche, rischiarate a intermittenza dalle loro animazioni elettriche nell’oscurità. E quelle stesse impressioni sono poi dilatate sino alla deformazione grottesca nel brano che offre il titolo alla raccolta, lasciando per paradosso alla voce di John un’intelleggibilità che quasi disperavamo di trovarle cucita addosso (e che fa il paio con la limpidezza melodica appena più convenzionale che si scorge in “Photograph”).

Forte di un’inessenzialità eletta a paradigma, “Hubba Bubba” merita di essere archiviato tra i lavori che non fanno mistero della loro marginalità. Che funzionano in via esclusiva come valvole di sfogo per chi li imbastisce. Soppesato sulla base di questo parametro e delle irrilevanti aspettative generate, può anche riservare al fruitore curioso più di una godibile gratificazione, sempre che – ma questo è chiaro – la weirdness portata in dote da Dwyer non presenti specifiche controindicazioni in chi vi presti orecchio.

(20/04/2014)

  • Tracklist
  1. Gloves For Garbage
  2. Rope Burn
  3. Eggs At Night
  4. SS Cassidinea
  5. Catastrophobia
  6. Hubba Bubba
  7. Sic Bay Surprise
  8. Photograph
  9. Hot Swells
  10. 1/2 An Airplane
  11. Metal Hand
  12. Wasteland


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