GERARDO ATTANASIO - I canti dell’ontano

2014 (Bluebell)
songwriter

Colto e appassionato, il campano Gerardo Attanasio fonda qualche band locale prima di approcciare l’esordio solista con un paio di demo brevi e un disco lungo, “Vivere lento” (2009), ancora tradizionale e qua e là epigonico di Fabrizio De André.

Un oceano di ricerche, esperienze e intuizioni, finanche di premi e riconoscimenti, separa queste prime prove dal secondo “I canti dell’ontano”. Attanasio predispone un edificio di produzione – per quasi un’ora di durata – che ha dello sbalorditivo. Ogni canzone, dalla più semplice alla più articolata, è avvolta in un intricato manipolo di suoni, a imitare la boscaglia e lo sciabordare dell’acqua, quell’ontano – un albero igrofilo – cui il disco è ispirato e dedicato (in un gioco semantico con “lontano”).

I momenti topici sono all’inizio e alla fine. Il primo blocco di canzoni, strutturato come una suite o, meglio, come una continua promenade a episodi, va da “Goofus Bird” a “Mistral”. Attacca una nuvola di suoni invertiti, indi il canto risveglia l’inerzia, alza il volume e aumenta la complessità degli intrecci, innalza l’armonia e fa prendere vita alla canzone, fino a costituire una ballata robusta. “Fortuna e la pioggia”, stavolta orientata al pianoforte, è poi un’altra ballata sovrastata e cullata da forti perturbazioni dissonanti che ne annientano la linea canora. L’acustica e orientale “L’occhio del drago” s’impreziosisce di un clarinetto (ungherese) che sembra uscito da “Creuza De Ma”. “Mistral” chiude in bellezza; non è solo canzone evocativa, ma anche una preghiera commovente generata da sospiri di harmonium e aumentata da cori muti, quasi delle divinità che vi assistono, fino a uno spettacolare finale Jimi Hendrix-iano di distorsione e percussioni.

La parte di chiusa si pone superficialmente all’opposto di quest’inedita saturazione e procede verso l’ascesi. In realtà anche qui i brani sono creazioni complesse di canto e contrappunto. L’elegia Neil Young-iana di “I bambini perbene” è atmosferica a livelli insostenibili, diffratta e dilatata al limite dell’acid-rock. “Champs Elysées”, altro apice, si affida alla chiarezza delle orchestrazioni da camera, una versione più poetica e meno astratta dei tardi Talk Talk spaziali, o una versione più elegiaca dei National, a parte un finale crescendo estasiato. La chiusa di “Umor vitreo” ha vita autonoma, annunciata da un rombo, un trambusto casuale, poi una libera sonata solo strumentale per piano e fischio celtico, dal sapore di colonna sonora, quindi una giga aurorale per vocalizzi femminili, finché il canto entra per un’ultima volta solo per perdersi in un girotondo caotico e gioioso.

La parte di mezzo è già più debole, ma conferma l’eccezionale voracità stilistica dell’artista. Solo “Marilù” e “Serenata per Kenny” suonano incompiute e meno dense del resto. L’unica concessione alla cantabilità appiccicosa, “L’istinto”, suona come una meditazione alla Mark Kozelek a tripla velocità, spalleggiata da complessi di pop massimalista come Hidden Cameras e Polyphonic Spree. “Duramen”, saltellante e danzante alla Arcade Fire, è avvolta dal consueto carosello di suoni e trabocca urlante nella coda. Il clima ancora una volta dissonante e turbolento di “Notturno” dischiude una toccatina per piano e una ninnananna del canto, il cui refrain – altra grande intuizione dell’opera – è un gridolino di fantasmi e sirene omeriche.

Imponente ciclo di canzoni – primo nelle intenzioni di una trilogia – potenziato da tecniche d’avanguardia rifinite ed esose da rendere obsolete le più avanzate tecniche dei passati cantautori. E’ in effetti la produzione la vera protagonista, più che le parole liriche e l’umore talvolta lezioso, in una compenetrazione, un’identità forte, e visionaria, tra compositore, musicista e produttore. Non ci sono solo suoni naturali ma anche effetti sonori, colpi di scena, deragliamenti, controcanti alieni. Miriadi di dettagli, l’ascolto in cuffia è perciò il migliore, e di strumenti: quindici solo per il solo autore, più una ventina di strumentisti e ben due cori. Presentato in veste acustica nel 2013. “L’istinto”, anche video, è basato sull’omonima poesia di Cesare Pavese (“Lavorare stanca”, 1936).

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09/07/2014

Tracklist

  1. 1. Goofus Bird
  2. 2. Fortuna e la pioggia
  3. 3. L’occhio del drago
  4. 4. Mistral
  5. 5. L’istinto
  6. 6. Duramen
  7. 7. Notturno
  8. 8. Marilù
  9. 9. Serenata per Kenny
  10. 10. I bambini perbene
  11. 11. Champs Elysées
  12. 12. Umor vitreo

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