GLENN TILBROOK AND THE FLUFFERS - Happy Ending

2014 (Active)
pop, psichedelia

Provo sempre un sottile imbarazzo quando incrocio in una recensione la frase “ma mancano le canzoni”, uno di quegli assiomi critici indefiniti e indefinibili, dove le logiche della scrittura pop-rock diventano improvvisamente un glossario di luoghi comuni e intuizioni copernicane sull’arte del songwriting. Poi il sorriso attraversa il mio volto, al solo pensiero di quanta indifferenza abbia segnato il destino di Chris Difford e Glenn Tilbrook, ovvero gli Squeeze, ed ecco che la frase incriminata non ha più senso.

Di quali canzoni parliamo? Di quelle dotate di un riff memorabile e cantabile, che ha dato origine a meteore del firmamento pop, o di tutte le altre che hanno permesso a band e artisti dotati di sensibilità ultraterrena di avere un momento di gloria sul quale reggere una carriera di spessore (basti ad esempio la “Stairway To Heaven” di zeppeliniana memoria)? In verità sono pochi i gruppi che possono vantare un curriculum ricco di belle canzoni come gli Squeeze, prodotti agli esordi da John Cale ed Elvis Costello: nella loro carriera si nasconde uno dei segreti dell’arte della musica pop, di quella che non si lega alle stagioni o all’effimero, ma procede incauta dando vita a forme d’artigianato gradevole, a volte leggero, ma mai banale.

Nelle creazioni della band inglese puoi scorgere il disincanto leggermente sornione di Elvis Costello, la fantasiosa incoscienza figlia dei Beatles, o quella mistura di armonia e melodia che solo Todd Rundgren e gli Xtc hanno saputo nobilitare allo stesso modo. Resta un mistero il mancato successo di Chris e Glenn fuori dalle mura della vecchia Albione: gli australiani Crowded House furono più fortunati o forse più temerari, ma il rispetto e l’ammirazione di autori e interpreti non conosce recessione.

Quarto progetto solista per Glenn Tilbrook, “Happy Ending” è un insolito album prettamente acustico: come i Beatles, il musicista sperimenta soluzioni d’arrangiamento inconsuete, estrose e vivaci al punto da far dimenticare la mancanza di batteria (solo percussioni e una fievole drum-machine) e la quasi assenza di chitarra elettrica.

Sono canzoni semplici da suonare sulla chitarra acustica, ma stravolte da soluzioni sonore che sono affini alla psichedelia: niente power-pop come per le band americane, ma tanta attenzione alla rifinitura e al songwriting, ed è questa la fonte creativa di gioiellini pop orchestrali e naif come “Persephone” (una moderna “Eleanor Rigby”) o dell’ibridazione tra surf e mod di “Kev And Dave”. Ben sette canzoni hanno poi curiosamente come titolo nomi di persone, ora comuni ora più famose (“Dennis” è il Wilson dei Beach Boys e “Rupert” non è altri che Murdoch).

Sempre tagliente, ironico e ostinato, Glenn Tilbrook affonda il coltello nella parte più molle del pop inglese, tirando fuori una gioiosa canzoncina per bambini (“Bongo Bill”, scritta insieme al figlioletto), un canto d’osteria (“Ice Cream”) e, in converso, articolate pop-song come “Everybody Sometimes“ e “Fruit Cake”. In “Happy Ending” quello che non mancano sono comunque le canzoni (ecco, lo sapevo che ci sarei cascato anch’io). Ad esempio, le prime note di “Ray” sono ricche di intuizioni armoniche con basso, chitarra e tastiere campionate su iPad, a dar corpo e atmosfera al piacevole refrain, mentre il minimalismo di “Dennis” cresce emotivamente evocando l’intervento dell’orchestra per poi ripiegarsi su se stesso.

Spetta poi alla talentuosa Lucy Shaw mettere in piedi una mini orchestra con kazoo e sitar, per trasformare la filastrocca di “Mud Island” in una giostra caleidoscopica di suoni e voci, mentre l’ironica “Rupert” evoca McCartney (non solo per similitudine vocale), senza tralasciare elementi decorativi inusuali (piano giocattolo e chinese-drum).

Ma quello che offre “Happy Ending” è uno spunto di riflessione sulla musica e il suo ruolo. Che sia l’eccessivo autocompiacimento e la continua citazione di esperienze personali il vero motivo d’inaridimento della pop-music? L’ incapacità di raccontare emozioni e dubbi della gente comune, l’eccesso di razionalità e compostezza, hanno forse reso esangue il suo ruolo sociale? E Glenn Tilbrook ci sta forse indicando la strada da cui ripartire?

12/01/2015

Tracklist

  1. 1. Ray
  2. 2. Persephone
  3. 3. Mud Island
  4. 4. Rupert
  5. 5. Everybody Sometimes
  6. 6. Dennis
  7. 7. Hello There
  8. 8. Bongo Bill
  9. 9. Kev And Dave
  10. 10. Fruit Cake
  11. 11. Peter
  12. 12. Ice Cream

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