Jess Williamson

Native State

2014 (Brutal Honest) | alt-country

Mentre Angel Olsen ha in parte rinunciato al ruolo di erede di Buffy Sainte-Marie, ibridando con notevole successo la sua formula a base di folk pastorale con una grintosa attitudine rock degna delle icone lo-fi anni 90, arriva un'altra signorina, fresca di debutto, ad ambire alla successione di cotanta (e, ahimè, sempre poco considerata) cantautrice. Certo, Jess Williamson non raggiunge l'ascesi spirituale della straordinaria artista canadese, e nemmeno possiede le sue immaginifiche doti poetiche, ma è innegabile che, cosciente o meno che sia, lo spettro della seconda sia un punto di riferimento imprescindibile, per una songstress dalle buone promesse.

Più country (per quanto decisamente poco propenso alle facilonerie pop da midstream a stelle e strisce, come anche al registro più classico di signore dell'Americana quali Gillian Welch e Lucinda Williams) che classicamente folk, più figlio di grandi slanci di suggestione che di autentica ispirazione nella scrittura, “Native State”, ideato e registrato al rientro ad Austin, dopo un'estesa  permanenza newyorkese, è lavoro profondamente influenzato dal ritorno a una quotidianità bramata, ad una routine in grado di mettere nuova luce sulle piccole cose, su uno spazio circostante vissuto con maggiore consapevolezza e intensità.
Ne deriva un lavoro di confronto, di analisi del proprio io, un'esigenza di raccontare e raccontarsi che prescinde da modelli compositivi conclamati, operando con strutture sciolte, difficilmente inquadrabili in schemi fissi. Al che la voce così caratterizzante della Williamson, così capricciosa nell'enfatizzare le vocali in chiusura, risponde con convinto entusiasmo, trovandosi smarcata da ogni impedimento che ne freni la corsa alla narrazione, l'aspetto propriamente lirico. Un tentativo ammirevole, che reca però con sé anche i segni della resa: su tessiture strumentali fini ma  piacevolmente intricate, incentrate su pochissimi strumenti (essenzialmente dobro e banjo), le impressioni di Jess scorrono via senza particolare grinta, faticando a lasciare il segno anche laddove la possibilità sarebbe davvero a portata di mano (la title track e il suo tiro très 16 Horsepower, la fisicità più pronunciata di “You Can Have Heaven On Earth”).

Manca insomma il sostegno di un canovaccio vincente, di un tracciato su cui poter piantare saldamente le fondamenta delle proprie interpretazioni. Anche così, resta comunque un'opera prima tutt'altro che da bocciare, merito di un'estetica e di un coraggio stilistico tutt'altro che prescindibili. I segni di una futura maturazione si scorgono tutti, in ogni caso: la strada è stata scelta, a Jess tocca percorrerla fino in fondo.

(05/03/2014)

  • Tracklist
  1. Blood Song
  2. Native State
  3. Medicine Wheel
  4. Spin The Wheel
  5. Field
  6. You Can Have Heaven On Earth
  7. Seventh Song
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