Oliver Cherer

Sir Ollife Leigh And Other Ghosts

2014 (Second Language) | avant-folk

Un album come “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” ci pone tutti di fronte a una riflessione sulla fruizione e l’importanza della musica nei tempi correnti, e ci stimola ad abbandonare per un attimo le discussioni su chi sia l’erede dei Beatles o degli Stones.
L’onnivorismo da rapidshare e mediafire, e il conseguente atteggiamento disfattista del “niente di nuovo sotto il sole”, spostano costantemente l’attenzione verso il fenomeno più che sulla sostanza. Basta! Ritorniamo a quella splendida e sordida illusione che ci faceva sperare nella nuova era, alla piacevole sensazione di stupore che anche un tranquillo e poco ambizioso set di canzoni riusciva a provocarci.

Sia ben chiaro che nel primo album in cui Oliver Cherer rinuncia al moniker Dollboy, non troverete altro che folk spirituale, dove le emozioni sono denudate da orpelli e melodie convenzionali, tra dulcimer, cimbalom, balalaika e antichi organi restaurati che fanno oscillare i loro suoni su impercettibili e ben dosati effluvi elettronici.
A dar man forte all’autore nel suo progetto di folk ancestrale e leggermente psichedelico ci sono al flauto Riz Maslen (Neotropic), ai fiati Alistair Strachan (Crayola Lectern) e alla viola e al banjo Jack Hayter (Hefner), ma la vera sorpresa è nell’eclettismo di Oliver Cherer, un perfetto polistrumentista alle prese con mandola, violino, arpa, dulcimer e un antico mandolino tedesco chiamato zither, oltre al consueto campionario di piano e tastiere.

Etereo e spirituale, “Sir Ollife Leigh And Other Ghosts” è un affresco delicato di ritualità pagane e spettrali racconti gotici, tra accattivanti pagine regali (“The Mentmore Waltz”), epica medievale (“Croham Hurst”) e seducenti pagine di folk bucolico (“Ladybird, Ladybird”).
La musica di Oliver Cherer suona come un’evoluzione avantgarde della Incredible String Band, come è evidente nelle due pagine più tradizionali di folk pastorale “Maryon Park” e “Asphyxiation”, o un nuovo idioma pagano tinto di dark esoterico (la quasi pinkfloydiana “When We Shut Down” e i due cappelletti di “The Dead” e “The Dead Return”).

La fragilità di quella che può essere considerata l’unica canzone pop dell’album, ovvero “Consider Darkness”, è lo specchio della realtà sonora di Oliver Cherer, un altro eccellente antropologo musicale di quella nuova coscienza pagana che sta restaurando il valore poetico e simbolico della musica folk, sulle orme di Sam Lee, Mary Hampton, Arch Garrison e il più incline alla psichedelia Crayola Lectern. Imperdibile.

P.S. La prima tiratura contiene un bonus album con 7 tracce, dal titolo "A Millying & Mor".

(03/08/2014)



  • Tracklist
  1. The Dead
  2. The Mentmore Waltz
  3. Croham Hurst
  4. Consider Darkness
  5. The Charcoal Burners
  6. Millions
  7. Ladybird, Ladybird
  8. Maryon Park
  9. Asphyxiation
  10. When We Shut Down
  11. The Dead Return

    A Millying & Mor

  1. A Millying & Mor
  2. A Brightling Pyramid
  3. Poor Judy
  4. Ezra's Folly
  5. A Voice Like Rotting Silk
  6. Dog/Man Watching
  7. A Signal From The Royal Sovereign




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