Perry Frank

Soundscape Box I

2014 (Psychonavigation - Tranquillo) | ambient

Una sorta di Erik Wøllo italiano: ecco chi è la nuova “scoperta” firmata Psychonavigation. L'etichetta irlandese, che – ormai è assodato – sa molto di più di qualsiasi realtà nostrana quel che il nostro patrimonio nasconde, centra il colpo decisivo. E lo fa, di nuovo, senza rendercene partecipi, tanto che siamo noi a doverlo scovare a quattro mesi di distanza. Forse forse ce lo meritiamo. E così dopo Galati, l'ormai fortunatamente sdoganato Bruno Bavota, Nymphalida e Andrea Carri (recupero in arrivo), ora è la volta di Francesco Nicola Perra, in arte Perry Frank (omaggio neanche troppo sottile al compianto regista).

“Soundscape Box” porta alla nostra attenzione una carriera quasi decennale, trascorsa fino ad oggi per buona parte nell'indifferenza di troppi. Una raccolta di impressioni bucoliche per chitarra e tastiere, ultimi bagliori di un ambient music dal gusto melodico e dai colori primari che al giorno d'oggi è merce sempre più rara. In un universo sonoro che, abbandonati lentamente gli affreschi magniloquenti e la spiritualità, guarda oggi sempre più al realismo, al paesaggismo concettuale e al massimalismo d'impatto, Perra va dunque controcorrente.

E lo fa ottenendo risultati a dir poco eccezionali in un disco dove la delicatezza trionfa sovrana. Una sorta di crepuscolo pastorale che prende forma fra gli arpeggi di “Ruins”, evolvendosi poi fra i raggi di luce fioca e i loop del mellotron di “The Dawning”. C'è un filo che lega il soundscape alla psichedelia più eterea del dopo-Settanta, un altro che mantiene un contatto con certo melodismo post-rock, e gli echi al meglio dell'impressionismo ambientale Nineties (quello che taluni oggi continuano a chiamare, banalizzando in maniera imperdonabile, new-age) non si contano.

Eppure la musica di Perry Frank resta esperienza unica, declinata in momenti squisitamente malinconici come la chiusura al piano nella nebbia di “Regrets” e il notturno lacrimante di “Le Vent Et Les Nuages”, ma capace anche di toccare con mano forme di autentico folk (a “Barcelona Landscape” manca davvero solo una voce narrante) e di esibirsi in fughe burrascose verso l'estasi (“Eternité Par Les Astres” potrebbe fornire un mezzo assist per una deriva drone dei MONO). C'è davvero molto da aspettarsi da quello che forse è il primo, vero, autentico songwriter ambientale che la contemporaneità ricordi.

Per ora, di sicuro, c'è da gustarsi un disco poliglotta nella sua estrema semplicità, inedito nel suo riciclare con originalità e coraggio linguaggi tradizionali, spontaneo fino al punto tale da unire mondi apparentemente distantissimi senza forse nemmeno accorgersene. E in grado di fare della musica atmosferica, finalmente e nel suo piccolo, un linguaggio universalmente evocativo. Per tutti.

(19/02/2015)

  • Tracklist
  1. Ruins
  2. The Dawning
  3. Barcelona Landscape
  4. Endless Shoreline
  5. Eternité Par Les Astres
  6. Le Vent Et Les Nuages
  7. Regrets
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