Samaris

Silkidrangar

2014 (One Little Indian) | dreamy electro-pop

Sul primo “grande passo” dei Samaris fuori dalla natia isola di ghiaccio sapevamo quasi tutto da parecchio tempo. Probabilmente da prima ancora che il terzetto si candidasse ufficialmente a prendere il posto di una Björk da qualche tempo ferma ai box nel tentativo (per ora fallito) di rinfocillare il serbatoio creativo. Sapevamo perché l'intervista strappata quasi per caso a Jófríður Ákadóttir era già stata indicativa di quanto il loro, di serbatoio, fosse (e sia) invece colmo di idee e di un entusiasmo genuino e spontaneo che è sempre più difficile da trovare in quel marasma di band che oggigiorno nasce credendosi già (o ambendo al ruolo di) superstar. Sapevamo perché i tre si ha avuto occasione di vederli dal vivo qualche mese fa, per quanto su piccola scala, e di constatare come la loro al momento sia un'autentica parabola ascendente, e consci di ciò, non ne vogliano sapere di fermarsi.

Quattro pezzi su otto della loro prima volta in terra italica erano inediti al tempo, già previsti per finire nel nuovo album, il primo vero della loro carriera, quello del lancio definitivo e della promessa da mantenere. Quel disco che arriva oggi e si colloca alla perfezione a cavallo fra coerenza e curiosità – vero elemento in più insieme alla capacità di non scendere minimamente a compromessi con gli stereotipi ormai universalmente associati all'Islanda e alla sua scena musicale. La novità principale a livello sonoro è il massiccio implemento dell'elettronica, che dal ruolo di corredo che svolgeva nei notturni fatati degli Ep precedenti (gli stessi raccolti nell'eponimo lavoro di debutto) passa a quello di cuore pulsante, scheletro su cui i tre costruiscono otto itinerari per altrettanti viaggi. E a illustrare il clima che li pervade in forme diverse ci pensa senza mezzi termini l'ossimoro del titolo (“Silkidrangar”, ovvero roccia di seta).

Perché le pulsazioni ci sono, e in certi casi sfiorano addirittura territori techno: se non fosse stato per la sua apparizione ripetuta nei concerti dell'anno scorso, la danza spiritata di “Nótt” avrebbe destato non poca sorpresa (e avessero detto che in cabina di produzione c'era The Field, ci si avrebbe creduto). Di “Ég Vildi Fegin Verða” si è invece potuto seguire l'intera evoluzione, dal mantra spettrale che era alla nascita all'infarinatura a ritmi spezzati, da cui guadagna decisamente corpo, con cui è riproposta qui. Corre spedita anche “Þótt Hann Rigni”, stavolta però su ricami più soffici e sincopati, mentre “Máninn Og Bróðir Hans” nasconde sospiri analogici sotto una coltre di droni sognanti. A “Lífsins Ólgusjór” il compito invece di ricalcare terreni quasi idm, elaborando ulteriormente le vibrazioni e trasformandole in complessa architettura per uno sciame di nebbia zuccherina.

L'apice dell'intero lavoro è però l'elogio alla delicatezza di “Tíbrá”, paradigma ultimo delle peculiarità tutte del suono Samaris che sfiora da vicino il confine “bianco” del trip-hop, invaso invece nel gelido e desolato mantra di “Hrafnar”, proprio appena prima che “Brennur Stjarna” inneschi un'eruzione melodica dal groove densissimo. Sull'altrettanto splendido tramonto di “Hafið” torna l'amico Muted a intrecciare beat spezzati e taglienti (quel che Mark Bell faceva a Björk) che fanno da cornice a una ventata di malinconia. La conclusiva “Vögguljóð” accantona infine per l'unica volta l'elettronica lasciando la scena esclusivamente ai clarinetti (due, per l'occasione), quasi a voler rappresentare la (riuscita) eccezione a una formula rinnovata e rinvigorita. Quella dei Samaris formato-Europa, potremmo dire, perché che “Sikidrangar” mostri il loro volto estroverso è dato innegabile. Un volto che si conferma limpido e vivace come pochissimi altri sulla piazza.

(20/05/2014)

  • Tracklist
  1. Nótt
  2. Ég Vildi Fegin Verða
  3. Lífsins Ólgusjór
  4. Tíbrá
  5. Brennur Stjarna
  6. Máninn Og Bróðir Hans
  7. Þótt Hann Rigni
  8. Hafið
  9. Hrafnar
  10. Vögguljóð
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