These New Puritans

Expanded (Live At The Barbican)

2014 (Infectious) | art-rock, modern classical

Solamente un lungo processo di assimilazione avrebbe potuto portarmi a considerare “Field Of Reeds” ciò che ora gli riconosco pienamente: non tanto la definitiva conferma per una band che già raccoglieva i consensi di un certo pubblico indie quanto, in prospettiva più ampia, un'opera di assoluta importanza per la musica di questo ancor giovane decennio.
Jack Barnett ha dimostrato a più riprese di non essere solamente cantante e strumentista: è anche un abilissimo compositore, arrangiatore e sound designer (quest'anno al servizio di David Tibet), e l'ultima fatica coi These New Puritans è il suo capolavoro, né più né meno; una solenne elegia dedicata all'umbratile paesaggio di Southend-on-Sea, all'estrema periferia di Londra, dove i membri del gruppo hanno vissuto e sono cresciuti. Immagini, temi ricorrenti e frammenti onirici andavano incontro a un sound pressoché inedito – un'imprendibile mescolanza tra i tardi Talk Talk, le armonie instabili di Toby Driver e ascendenze di matrice post-minimalista – immergendoci in un'atmosfera densamente irreale e senza tempo.

Una produzione cristallina dove nulla è stato lasciato al caso (Barnett si definisce “a bit of a perfectionist”) con una conseguente, enorme quantità d'ore spese in studio: per riproporre fedelmente dal vivo un album che già annoverava una line-up vertiginosa si rende necessario un palco come quello del Barbican Centre, tra i più prestigiosi di tutta Europa. “EXPANDED”, per l'appunto, documenta una data unica e forse irripetibile nella capitale inglese, lo scorso 12 aprile, con l'ausilio di 35 elementi della Heritage Orchestra e del coro Synergy Vocals.
È perciò il caso di smorzare da subito gli entusiasmi di coloro che si aspettassero anche una versione estesa di “Field Of Reeds” laddove l'ampliamento interessa soltanto la formazione sul palco che, altrimenti, prevedrebbe di norma sette elementi. Il fine ultimo di questo evento era, con tutta evidenza, quello di amplificare le peculiarità di arrangiamento alla base dell'intera struttura dell'opera.

E non stupisce che, a posteriori, il frontman si sia detto piuttosto soddisfatto del risultato. Benché le variazioni sul testo originale siano minime, la magniloquente performance avvolge i nove brani in una luce sfavillante che in certi passaggi quasi ne stempera la carica drammatica (“Spiral”), mentre in altri raggiunge vette di lirismo quasi insostenibili (“The Light In Your Name”). Nemmeno gli applausi fra le tracce riescono a intaccare questa portentosa enfasi, per la quale gran parte del merito va attribuita alla nutrita sezione fiatistica, che con le sue fanfare inevitabilmente assume un ruolo di assoluta preminenza nella maggior parte dei movimenti, nei quali tuttavia trovano il giusto spazio persino le rifiniture elettroniche dell'Lp.
Possiamo fare esperienza solo in modo parziale della sospensione temporale avvenuta in sala durante il dittico “Nothing Else But This”/“Dream”, dove il soave canto in solitaria di Elisa Rodrigues intona con nitidezza una sorta di preghiera in dormiveglia, per poi giungere alla chiusa corale della title track, un tripudio di voci gravissime dove il tema di Laura Palmer incrocia quello glassiano di “Koyaanisqatsi”. Complice l'averne messo per iscritto ogni singola parte strumentale, l'opera riesce così a conservare in sede live un impatto degno dei grandi componimenti classici del passato.

Non casuale, benché quasi obbligata, la scelta dei primi bis – acclamati a gran voce – con i brani più rappresentativi del precedente “Hidden”, nel quale Barnett aveva già sotterrato i primi semi oscuri che avrebbe poi rielaborato nella svolta “romantica” dell'ultimo album. Anche in questo caso spetta soprattutto a trombe e tromboni di tenere unito il filo del discorso, mettendo in evidenza le similitudini compositive tra passato e presente; ma il drumming marziale del manifesto bellico “We Want War” non preannunciava forse le percussioni nette e rigorose di “Fragment Two” e “Island Song”?
La vera sorpresa, comunque, è l'inedita “Spitting Stars”, che avrebbe potuto essere la perfetta ghost-track di “Field Of Reeds”: una consolante lullaby che per un'ultima volta ne immortala alla perfezione il mood sognante (“And just one thing before that, to hold you in my arms tonight”).

Se normalmente in questi casi si pone la questione della presunta “utilità” o meno di simili operazioni, nello specifico di “EXPANDED” non c'è alcun dubbio: la possenza con cui ribadisce il valore dell'opera puritana lo rende un ascolto essenziale per i già edotti come per gli scettici, i quali vi troveranno qualcosa in più di una sorvolabile “copia conforme”.

(08/11/2014)

  • Tracklist
  1. Intro Tape
  2. This Guy's In Love With You
  3. Fragment Two
  4. The Light In Your Name
  5. Island Song
  6. Spiral
  7. Organ Eternal
  8. Nothing Else But This
  9. Dream
  10. Field Of Reeds
  11. Three Thousand
  12. We Want War
  13. Spitting Stars


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