Julien Baker

Sprained Ankle

2015 (6131) | sad-folk, slackerwriter

Una caviglia slogata. Una foto semi-casuale e ostentatamente inestetica di una ragazza, contro un fondo anonimo, e con un mezzo sorriso che confessa i suoi diciannove anni. Così si presenta Julien Baker, nome rampante, una specie di risposta americana all’ondata delle Daughter e delle Soak (questa la prima impressione data dal singolo “Something”, per dire).
Julien Baker, oltre alla giovane età, ha tutto per colpire il pubblico attuale: appunto questa ostentata scarnificazione sonora, che dovrebbe esprimere concretamente i giovani dolori esistenziali, o le prime pene d’amore della cantautrice losangelina. Nel contempo, una altrettanto ostentata enfasi sulle interpretazioni, sulla teenage angst di facciata di frasi come “Spilling my gut/ Sweat on a microphone breaking my voice”.

I Novanta tornano, così, ruggenti nelle risuonanti strimpellate metalliche di “Rejoice”, a cui si accompagna il riottoso, inquieto monologo di Julien. Allo stesso tempo, non si può definire “Sprained Ankle” come il prodotto acerbo e non filtrato di una giovanissima, come dimostrano la progressione alla Chantal Acda di “Brittle Boned”, servita e confezionata a puntino per accompagnare il mesto lamento della Baker, o il tono imbronciato dell’emo-writing di “Everybody Does”.

Spunta anche un pianoforte, nel finale – segno inequivocabile che stiamo arrivando all’apice emotivo del disco, per di più alla fine parte anche il campionamento di una voce fuori campo (…) – per certificare il passaggio di un’arte che si può definire, nel migliore dei casi, generazionale, perché intercetta con greve ostinazione ma non senza furbizia i tormenti di un’adolescenza, ma nel suo aspetto deteriore.

(10/11/2015)

  • Tracklist
  1. Blacktop
  2. Sprained Ankle
  3. Brittle Boned
  4. Everybody Does
  5. Good News
  6. Something
  7. Rejoice
  8. Vessels
  9. Go Home
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