Se vi chiedessero cosa è successo il 18 dicembre 2015, una delle poche risposte possibili potrebbe essere: “è uscito al cinema il settimo episodio di
Star Wars”. Sarebbe bello poter ricordare, tra qualche anno: è uscito il quarto disco di
Kesang Marstrand.
Per ora rimane solo la piccola vibrazione, impercettibile anche per chi di musica ci vive (ma per cui sembra esista solo materiale con un bollino di qualche tipo), di un disco la cui sacralità, il cui spirito immortale non teme paragoni coi grandi del passato, con la purezza emotiva di un “
Blue”, di un “
Parallelograms”.
Un’increspatura che ci porta direttamente nella fotografia viandante di Kesang, novella
Rodriguez (speriamo in un prossimo, simile successo, anche se il paragone si ferma al
groove ironico e sensuale dell’iniziale “Skyrocket”), che dedica il disco all’amore (e alla sua assenza), che diventa totalizzante e condiziona in modo essenziale l’arte della cantautrice americana (ma di sangue misto danese e tibetano). Sperando non sia da prendere troppo alla lettera la straziante dedica della
title track:
I walk through hell for my love
Because my love is waiting for me
He was torn from the blue sky
And he fell so gracefully
Un copione che sembra scontato ma che, nelle mani della Marstrand, si realizza in superbi svolazzi melodici
Bush-iani (“First Love”), incastonati in interpretazioni e basi armoniche tradizionali che non hanno proprio nulla da invidiare a meno “indipendenti” cantautrici americane (
Joan Shelley,
Alela Diane). Poche possono dire di avere in repertorio un brano come “Something To Prove You Right”, che si posiziona tra le vette dell’Americana contemporaneo. Con mirabile sintesi e navigato
understatement, Kesang scrive una melodia che rende universale una delusione d’amore, riprendendola poi in veste contemporanea e
Bartlett-iana nel
reprise sintetico finale, in una chiusura in cui emerge tutto l’intenso lirismo del disco.
Con un abile uso dei suoni, Kesang crea un mondo di emozioni al rallentatore, in cui ogni piccolo gesto quotidiano di affetto sembra amplificato a dismisura, come nei tocchi al pianoforte di “Little Abyss” o nella triste
lullaby “Arrow Breaks Skin”.
In un anno in cui le flebili, sussurrate
dediche alla madre di
Sufjan Stevens hanno conquistato tanti nel mondo, sarebbe veramente un delitto se “For My Love” rimanesse relegato al circuito degli appassionati (per quanto numerosi).
Per ora il disco esiste solo in formato digitale: speriamo in una stampa vera e propria e in una distribuzione degna del miglior disco di questa artista e di uno dei dischi di cantautorato più importanti di questi anni.