“If one turns on the tap then the sound of the water changes with the temperature. Warm water sounds darker. Warm days sound different to cold ones. Moist air sounds different to dry air. During August in the summer of 2013 it was very humid and hot. Unusually hot for Berlin, and high up under the roof in the studio in Kreuzberg it was even a little hotter”
Werner Dafeldecker e Nicholas Bussmann si sono sfiorati da vicino più volte. Veterano e maestro dell’improvvisazione scientifica nelle sue più svariate declinazioni il primo, performer e autore a cavallo tra il post-clubbing e la sperimentazione elettronica il secondo. Dal loro incontro nell’umida Berlino dell’estate 2013 nasce Rydberg, un progetto tutto nuovo e che denota una rottura con le traiettorie assunte negli ultimi anni dai percorsi artistici di entrambi.
Se Bussmann aveva da un paio d’anni dedicato la sua attenzione esclusivamente all’aspetto performativo della sua arte (l’ultimo progetto strettamente musicale, Nicholas Desarmory, risale a tre anni fa), Dafeldecker si è concentrato in gran parte sul realismo paesaggistico via field recordings e il versante elettroacustico delle sue tanti espressioni creative. Uno sviluppo, il suo, incentrato su collaborazioni di lusso da considerarsi tasselli di un mosaico in perenne evoluzione.
Con Rydberg, invece, si cambia totalmente strada. Per certi versi è un ritorno al passato e alla strada dell’improvvisazione: ma l’oggetto, questa volta, è un minimalismo inteso in senso ampio, come Oren Ambarchi ha insegnato in due decenni. Proprio la collaborazione di quest’ultimo con Jim O’ Rourke di qualche mese fa è la referenza più vicina alla natura di Rydberg, assieme a certi esperimenti abstract dell’ultimo Pure e alla laptop music dei primi Novanta.
“Elevator” è un monolite in stasi nel vuoto, al cui interno avvengono però centinaia di microreazioni sonore: rigagnoli elettronici, variazioni infinitesimali di tono, accelerazioni ritmiche costanti. Il senso di umidità è effettivamente percettibile, vapori ed esalazioni si susseguono con più frequenza anche in “Gardening”, fra sbuffi post-industriali, ricami analogici e un dub muscolare chiamato a dettare il tempo in maniera spartana.
La vera sorpresa sta però in “And The Science”, dove la claustrofobia raggiunge il punto di saturazione attraverso una trasfigurazione deep-techno: tutt’attorno rigagnoli disturbati fanno da elementi nutritivi, in una sorta di incontro ravvicinato tra Florian Hecker e i Basic Channel. Quella che appare è una Berlino distorta dal calore, celebrata e raccontata con l’usuale perizia tecnica e con un impianto narrativo efficacissimo, da due mostri sacri che inaugurano qui una nuova fase della loro irrefrenabile ricerca sonora.
18/05/2015