Scott Weiland & The Wildabouts

Blaster

2015 (Softdrive) | rock

Potrà sembrare difficile da credere, ma nel 2015 escono ancora dischi firmati da Scott Weiland.
Cantante versatile in uno dei gruppi più denigrati di sempre, il cosiddetto “impostore del grunge” torna finalmente a far parlare di sé per ragioni musicali anziché per questioni legali o giudiziarie. Disarcionato dal cavallo Stone Temple Pilots già in fase terminale, giusto per subire l’onta di vedersi rimpiazzato dal vocalist dei Linkin Park, Chester Bennington, il frontman di Santa Cruz non ha voluto perdere il turno in questo implicito gioco al ribasso e si è organizzato per dare un seguito alle due modeste raccolte (una di cover e una di brani natalizi) uscite quattro anni fa.

Il risultato dei suoi sforzi con la backing-band dei Wildabouts è questo “Blaster”, album pompatissimo sin dall’avvio di “Modzilla” ma con la stessa verve giocosa e i medesimi singalong delle ultime uscite dei Pilots, specie quella recente ed eponima che rimane il più evidente modello di riferimento in questa occasione. Melense suggestioni (“Amethyst”) riportano ai contrasti tra adrenalina e delicatezze di un’opera irrisolta ma non malvagia come “Shangri-la Dee Da”, mentre qualche perdonabile posa giovanilista (“Hotel Rio”) non inficia la resa di refrain al grado zero, un’infilata di coloranti e additivi che fanno anche piuttosto bene il loro dovere.

Il meglio nel passato del cantante resta tuttavia decisamente fuori campo e, per molti versi, fuori portata. Se da un punto di vista muscolare la tenuta è buona, il disco mostra presto la corda in fatto di idee, non aggiornate da almeno un quindicennio. La nuova fatica potrà apparire talvolta godibile, specie in passaggi più spensierati e frivoli come “Way She Moves”, e la forma di Scotty sembra anche discreta, ma l’impressione di deja vu in sedicesimo è troppo marcata per essere lasciata da parte. Altrove (emblematica “White Lightning”) è evidente la volontà di recuperare l’impronta dell’altra creatura celebre dello statunitense, i Velvet Revolver, e questo comporta l’appiattimento inevitabile di ogni prospettiva.

Alla fine, nel bene o nel male, il Nostro sembra essersi rassegnato a scrivere dischi di pancia: faciloni, croccanti, epidermici, strafottenti (e sì, anche un tantino tamarri) e nondimeno, se si limitano sensibilmente le proprie pretese, abbastanza divertenti. Spiace piuttosto si sia rinunciato in partenza alla vena eccentrica e avanguardista che aveva reso l’esordio in solitaria (“12 Bar Blues”, 1998) un lavoro sì squilibrato ma pure fascinoso (merito da condividersi con Daniel Lanois e Blair Lamb), preferendo lasciare spazio a uno schema rodato e per nulla coraggioso a base di ritornelli risaputi, melodie grigiastre tagliate con l’accetta e consueti boli rimasticati di riff e spigoli già smussati ad arte, riproposti a oltranza in copia carbone (assoli un tanto al chilo compresi).

Girando sempre sulla medesima formula, con i soliti richiami a un glam deteriore, nella seconda facciata la noia finisce col prendere il sopravvento e ammorbare un Lp anche volenteroso ma privo di spunti davvero degni di nota, a eccezione forse della vivace “Beach Pop” che, sin dal titolo, tradisce la vocazione di Scott per l’easy-listening e quantomeno solletica gli istinti più disimpegnati nell’ascoltatore, con i suoi aromi artificiali che stravolgono certi luoghi comuni decotti del sunshine-pop dei primi sixties.

Troppo poco comunque rispetto a certe perle nel curriculum di Weiland. L’ospitata del redivivo James Iha in “Blue Eyes”, una cover della bolaniana “20th Century Boy” etichettabile come “regolare” e una chiusa acustica frugale, sulla scorta di vecchie canzoni cui il guitto californiano ci ha abituato, non aggiungono e non tolgono nulla a un disco di cui, prevedibilmente, ci saremo già dimenticati nel momento in cui leggerete queste righe.

(06/07/2015)

  • Tracklist
  1. Modzilla
  2. Way She Moves
  3. Hotel Rio
  4. Amethyst
  5. White Lightning
  6. Blue Eyes
  7. Bleed Out
  8. Youth Quake
  9. Beach Pop
  10. Parachute
  11. 20th Century Boy
  12. Circles
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