VAINIO & VIGROUX - Peau Froide, Léger Soleil

2015 (Cosmo rhythmatic)
glitch-noise, post-techno

Il verbo dei Pan Sonic non va spegnendosi: al contrario, esso rivive assumendo con costanza tutte le varianti immaginabili grazie al lavoro dell’infaticabile Mika Vainio, comun denominatore di una lunga serie di fertili collaborazioni.

Dopo i duo con Arne Deforce (“Hephaestus”, eMego, 2014) e con Joséphine Michel (“Halfway To White”, Touch, 2015) è la volta del francese Franck Vigroux, compositore e musicista elettronico col quale Vainio si è già interfacciato dal vivo per tre anni. “Peau froide, léger soleil” costituisce la terza produzione dell’ancora giovane etichetta berlinese Cosmo Rhythmatic.

Più che un dialogo, quella tra Vainio e Vigroux si rivela essere una riuscita simbiosi tra i rispettivi linguaggi: se il primo infatti rimette mano alle numerose declinazioni del suo campionario glitch-noise, il secondo gli prepara il terreno sul quale gli input sonori germinano e si moltiplicano.

Ariosi soundscape desolati e overture orchestrali si disgregano sotto l’azione del “virus Vainio”, a volte forzosa e altre subdola: così “Deux” viene lacerata ai due minuti da un poderoso e gracchiante beat che alle nostre orecchie richiama senza fallo gli Uochi Toki; all’opposto, dopo l’incipit massimalista di “Souffles” si apre un varco astrale – affine alle “Konstellaatio” dello stesso Vaini-Ø – meticolosamente increspato da punture e fitte digitali attraversate da un inumano segnale radio in vocoder.

L’ansiogena ritmica regolare che accomuna “Mémoire” e “Ravages” è quella di uno stealth game di difficile risoluzione, così come “Mutant” potrebbe facilmente trovar posto in una colonna sonora post-thriller di Reznor/Ross.

È un dedalo per immagini che si erge e ridiscende tra vari gradi di tensione, fino all’approdo nella landa tarkovskiana di “Man”, percorsa nel sottosuolo da un temibile basso che emerge a ondate sempre più corpose; una sospensione che con la seguente “Parabole” si risolve nel roboante squarcio rumorista della chitarra di Vigroux, le cui linee distorte si affastellano arrivando a coprire l’intero spazio acustico, come il climax ascendente di un’orchestra d’archi in fiamme. E alla stessa maniera dell’entrata in scena, “Le Crâne Tambour” è un ultimo straniamento dalle atmosfere dominanti del disco, con una base che pare nuovamente rifarsi all’hip-hop della metropoli “liquida” (pur sempre coi mezzi propri del glitch).

Lascio a voi l’opzionale incombenza di svelare l’enigma della foto di copertina – a opera di Umut Ungan – in relazione al contenuto dell’album, ancor più concreto e assieme immaginifico nell’esplorare inedite modulazioni di quell’universo parallelo che è la musica digitale.

05/11/2015

Tracklist

  1. 1. Deux
  2. 2. Mémoire
  3. 3. Souffles
  4. 4. Mutant
  5. 5. Ravages
  6. 6. Man
  7. 7. Parabole
  8. 8. Le Souterrain
  9. 9. Le Crâne Tambour