Derubricata spesso a mera questione adolescenziale, la ricerca della propria identità è in realtà un viaggio da compiere attraverso successive rifiniture nell’arco dell’intera vita. Dalla nebulosa foresta emotiva in cui stazioniamo come teenager intenti a conoscere il mondo fino alla ragnatela di consuetudini nella quale siamo invischiati da adulti, il nostro senso di identità sembra essere spesso dominato da pestifera indeterminatezza, con famiglia, istituzioni e web pronte a peggiorare il compito.
Da queste incertezze esistenziali nasce il primo album solista di Brenneke (al secolo Edoardo Frasso) dopo l’Ep omonimo del 2013. L’artista di Busto Arsizio, classe 1989, tira le fila del suo percorso nella mezz’ora scarsa degli otto brani di “Vademecum del perfetto me”, incorniciando il tema da diverse prospettive. L’opener strumentale “Lascio il gruppo per intraprendere una carriera solista” è il primo step del viaggio, quello nel quale Frasso sembra tracciare una linea di confine con il suo passato di chitarrista nella band Il Fieno. Un rumoroso crescendo di batteria raccoglie l’enfasi del nuovo capitolo e cerca di disegnare coordinate personali, dove l’unico trait d’union con l’Ep precedente è la tromba irrequieta di Michele Pastori. Le parole arrivano servite su un riff di chitarre acustiche nella successiva “Le cose lucenti”, piccola delizia pop che mette in risalto il rapporto con la giovinezza (“Non ne ho poi tantissime di cose lucenti come te/ anche se ti vedo da lontano”) e con quanto detto all’epoca (“Mi verrò a confessare da te quando sarò annegato nel mio perdere il controllo/ quando dimenticherò di essere stato la persona con cui stavi parlando”).
La necessità di lasciare un’impronta, per quanto eterea, è invece al centro di “Se io fossi di gesso” e del suo ritornello che gioca con arpeggi quasi smithsiani (“sarebbe più facile lasciare i miei segni su di te/ se io fossi di gesso/ ti potrei avvolgere/ come fossimo polvere”).
Come il pallino di piombo contenuto in un tipo di proiettile (dal quale prende il nome), Brenneke attraversa velocemente tutti gli strati della sua insofferenza raccontando di situazioni che possono diventare strette, come in “Aforismi”, il cui senso melodico ricorda piacevolmente Battiato (“Io credo che tutte le cose che ho già fatto/ mi abbiano trapassato/ come il sole attraverso un vetro/ Non mi ci riconosco più”), o nella filastrocca ostinata di “Zero” (“Ho lo sguardo di una foto in posa/ sono la fibbia di una borsa vuota/ una stanza molto calda/ senza luci né finestre/ né comodità/ questa notte no non c’è/ nessuna cosa che/mi faccia stare bene”).
Il quadro che ne esce profuma, anche musicalmente, di eterogeneità (l’alt-rock in salsa Beck di “La caricatura” e “1997”, le sospensioni etno-dub di “Reichelt”), confermando Frasso come autore polistrumentista dalla spiccata attitudine pop (caratteristica che condivide con un altro rappresentante della sua generazione, Motta).
“Vademecum del perfetto me” è un passo avanti rispetto al breve esordio del 2013 (quello di “Piscine”) e regala momenti interessanti già solo in virtù della facilità con la quale il pubblico può riconoscersi negli argomenti. Proprio per questo motivo, è un peccato che alcuni brani risentano di un minutaggio eccessivamente corto, come se l’urgenza di comunicare dovesse per forza fare rima con la sintesi. Un peccato veniale (o di gioventù, se preferite), ma in definitiva non di certo un problema di identità.
02/08/2016