Gooch Palms

Introverted Extroverts

2016 (Summer Camp) | garage-pop, bubblegum

“Trovare l’America”, una delle formule più trite che si possano incontrare in una recensione che parli di belle speranze rock’n’roll. Nel caso degli australiani Gooch Palms, tuttavia, il luogo comune si risolve piuttosto in un ineludibile condensato che profuma di predestinazione. L’etichetta shit-pop adottata al battesimo per provare a raccontare una weirdness dannatamente yankee. Un esordio autoprodotto, “Shitty Tribute To Ramones”, con sole riletture del quartetto del Queens, seguito dal debutto vero e proprio, partorito nella mecca californiana di Oakland. E poi la parabola di questo travagliato sophomore: registrato in quindici giorni nel bel mezzo di un monumentale tour nordamericano, nella remota Benton Harbour sul lago Michigan, assieme a Bill Skibbe (Fiery Furnaces, Kills, Protomartyr); proposto a un paio di label sfilatesi sul più bello e allora licenziato in proprio tramite una piccola etichetta creata ad hoc, la Summer Camp, cooptata in un amen nell’ecumenico circuito canzonettaro della Burger. Quindi, e siamo al marzo scorso, la tappa quasi obbligata del trasferimento a Los Angeles, alla ricerca di spiriti affini.

Meno lo-fi e molto più energico del precedente “Novo’s”, il disco riflette sull’apparente contraddizione tra l’essere fricchettoni isolati che hanno in odio il mondo intero e delle specie di animali da party. Leroy Macqueen & Kat Friend hanno ammorbidito i propri assalti per profondersi in una colorata prova tra garage-pop, bubblegum riverberato e surf-rock, ancora all’inseguimento degli amati Ramones (emblematica “Living Room Bop”) ma nel filtro ultrasoffice e sprintoso dei vari Sugar Stems, Vaselines, Tullycraft e via andando. Il singolo “Tiny Insight”, brano chiave della raccolta, ostenta cromature al caramello e riff teneramente erculei, oltre a una bella patina infettiva, che marca l’ideale apparentamento ai nuovi vicini di casa Matthew Melton e Tacocat.

Canzoncine che di rado raggiungono i tre minuti volano via leggere come le bibite gassate tracannate d’estate. Il gusto sarà anche risaputo, dolciastro e frizzante, ma in mancanza di beveraggi alcolici può pur sempre trattarsi di una valida soluzione per ingannare le lunghe attese nel grigiore quotidiano. La scapestrata indole punk non è stata del tutto accantonata, ma i colpi di evidenziatore, cruciali nel rendere memorabile praticamente ogni refrain, la relegano per forza di cose in secondo piano. Così i Gooch Palms si candidano a passare per una versione meno bolsa degli Imperial Teen di oggi o meno ruvida dei Dressy Bessy, per collocarsi con la necessaria autorevolezza in seno a una scena a stelle e strisce che sembra averli accolti con tutta la benevolenza del caso.

Quando entra in scena Kat, ideale sorella aussie delle Peach Kelli Pop, l’inclinazione festaiola prende evidentemente il sopravvento, per quanto anche Leroy non manchi di dimostrare di saper tenere il passo, come un Seth Bogart non ancora precipitato in piena overdose kitsch (la gioconda isteria del congedo di “Wasting No Time”). Il travestitismo dei goliardi, l’enfasi macchiettistica, il gusto per le iperboli espressive ci sono ma non vengono comunque mai spinti oltre il lecito. E’ un pregio non trascurabile, perché consente alla band di eludere la facile etichetta punk-pop per muoversi indisturbata a cavallo tra i generi, un po’ come autentici fuoriclasse del calibro di Ezra Furman o dei Barbaras.

Di tanto in tanto i Nostri rallentano e si imbucano alla mensa dei revivalisti anonimi, presentandosi col cuore in mano (alla maniera della coppia Shannon Shaw/Cody Blanchard) come a voler chiarire che sotto le distorsioni c’è ben più che la semplice saccarina. Sono soprattutto questi (ma non solo) i frangenti in cui, dietro l’intonazione pestona e i contorni da easy-listening votato in tutto e per tutto al disimpegno, dietro il campionario di urletti e coretti a infiorettare hook tra i più basilari e efficaci ascoltati di recente, è possibile cogliere scampoli di romanticismo ed epicità (“Standing In Line”, “Trackside Daze”).

Ne esce un album veloce e spigliatissimo, concepito per stordire l’ascoltatore come un attacco di iperglicemia. Ma anche un lavoro sufficientemente ruspante, che non affoga nella banalità di cliché anche piuttosto logori, e scaltro anzi a trascenderli con ironia per farsi trovare sempre un passo più in là. Non fosse abbastanza, il gioco finisce proprio nell’istante in cui comincia a mostrare la corda, facendo sì che i ritornelli non siano poi così tanti da ingarbugliarsi o perdersi nella replica l’uno dell’altro. Può sembrare poco, e magari lo è pure. Ma ai Gooch Palms dovrebbe essere bastato per regalarsi una fettina di sogno americano.

(09/11/2016)

  • Tracklist
  1. Living Room Bop
  2. Tiny Insight
  3. Ask Me Why
  4. Invisible Man
  5. GPBNO
  6. Sleep Disorder
  7. Standing In Line
  8. Long Gone
  9. Eat Up Ya Beans
  10. Don't Look Me Up
  11. If You Want It
  12. Trackside Daze
  13. Wasting No Time
Gooch Palms on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.