Tacocat

Lost Time

2016 (Hardly Art) | bubblegum, garage-pop

Qualora non conosceste i Tacocat e vi andasse di scoprire che razza di musica facciano, beh, credeteci se vi diciamo che il migliore oracolo che possiate interrogare è la copertina del loro terzo album, “Lost Time”, fresco di pubblicazione. Tutti quegli sgargianti Kit-Cat Klock, disegnati a pennarello da mani che diremmo infantili, non possono mentire. Un po’ come i buffi costumi da squalo del video di “Crimson Wave”, scopiazzati dal coreografo di Katy Perry in occasione dell’ultimo Super Bowl. O come il tema di apertura nel recente reboot de “Le Superchicche” (“The Powerpuff Girls””), affidato al quartetto di Longview forse per quella certa affinità estetica tra le tre protagoniste del cartoon e le componenti femminili del gruppo, Emily Nokes, Lelah Maupin e Bree McKenna.

Curato per la prima volta da Erik Blood (Moondoggies, Shabazz Palaces), il loro non può che essere un radioso sunshine-pop cresciuto nel solco della rutilante tradizione yankee di marca Tullycraft, tra costruzioni accigliate e esplosioni zuccherine ma robuste sui refrain, solo con un songwriting sfrondato degli eccessivi decorativismi e con una linea dorsale elettrica tanto guizzante quanto nervosa (comune anche a altre compagini che riciclano con devozione i novanta, Hop Along e Speedy Ortiz inclusi).

Le stilizzazioni dei Tacocat sono un contagioso marchio di fabbrica e consentono al loro felice bozzettismo di eludere le trappole tipiche di tante melense uscite in tonalità pastello. Per dirne una, l’affettuoso peana per la città che li ha adottati, Seattle, eccede forse con la saccarina ma il registro spigoloso preserva dalla banale deriva twee e offre una schiettezza sempre godibile, la stessa di Tammy Ealon e dei suoi ritornanti Dressy Bessy. Il loro fare scarno, sbrigativo, unito al lirismo assicurato dalla bella voce della Nokes, vale quanto una benedizione, un talismano contro l’indolenza di certo indie-pop estenuato, illanguidito e, per forza di cose, fasullo. Questo si traduce di fatto in una marcia in più, specie quando i toni prendano una piega viziosa e ammiccante, o quando facciano capolino quelle maschere imbronciate da monelle terribili in fissa per i Wire (“Plan A, Plan B”). Il risultato è puntuto ma adorabile e diverte quanto basta.

Agili, felpati, teneramente graffianti, i Tacocat non silenziano un fondo di amarezza e nostalgia ma lo dissimulano in maniera egregia sotto un cumulo di pezzuole upbeat, coretti infettivi e dolci adescamenti melodici (il singolo, “I Hate The Weekend”). Suonano come una versione sprintosa e non necessariamente struggente dei Camera Obscura. Pose e maniera sono scongiurate dal piglio incontenibile e da un disimpegno e un’ironia eletti a vessilli identitari. In bella mostra dentro canzoncine velenose come “Talk”, che bruciano in tre minuti scarsi con quel loro temperamento dolceamaro ad aggressività controllata, e ancor più quando l’orgoglio femminile prende amabilmente per i fondelli la società fallocentrica (“Men Explain Things To Me”, titolo rubato a un saggio di Rebecca Solnit, musicalmente dalle parti delle Hole più compromesse con l’easy-listening).

“Horse Grrls” si burla della puerile svenevolezza che mostrano le ragazzine appassionate di cavalli. Rovesciando l’intestazione, nella prospettiva dei Tacocat il movimento riot grrrl può essere letto come un gustoso cavallo di ritorno forte di una nuova consapevolezza, di un disincanto perfettamente in linea con i tempi. Non a caso, il loro è un femminismo arguto che ha stampigliato sul volto, agghindato con le tinte sbarazzine dell’arcobaleno, un sorriso di scherno; che si serve senza posa dei più disparati riferimenti alla cultura pop, specie quella medio-bassa (si pensi alla Scully di “X-Files”, cui è dedicata l’apertura); che parla con franchezza di mestruazioni (“FDP”), di false identità nella terra di nessuno della socialità virtuale (“The Internet”) e di felicità precaria (“Leisure Bees”); e che baratta l’intransigenza seriosa del modello con le digressioni surf e bubblegum oggi così di moda.

Non ci sono grandi margini per la contemplazione, confinati per lo più nella piccola delizia che chiude l’album e sa di atto d’amore per l’infanzia speso alla maniera dei 10,000 Maniacs ingenui di una trentina di anni fa. E quando pure ricompaia il tono trasognato dell’incipit, il clima sonoro rimane comunque ribollente, irrequieto, bellicoso. Un po’ come una brigata di gatti dagli improbabili mantelli, code e occhi in testardo movimento, che vi scruti beffarda dalla parete lì in fondo.

(10/04/2016)

  • Tracklist
  1. Dana Katherine Scully          
  2. FDP   
  3. I Love Seattle
  4. I Hate The Weekend 
  5. You Can't Fire Me, I Quit    
  6. The Internet   
  7. Plan A, Plan B           
  8. Talk    
  9. Men Explain Things To Me  
  10. Horse Grrls    
  11. Night Swimming       
  12. Leisure Bees
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