Howe Gelb

Future Standards

2016 (Fire) | songwriter, rhythm & blues

La vita dopo i Giant Sand. Congedato con una festa il progetto di tutta una carriera e smaltita la relativa euforia, Howe Gelb si trova a fare i conti con le pagine bianche di una sceneggiatura non proprio semplice da scrivere. Inevitabile, in momenti di stallo come quello attuale, optare per il più comodo dei ripiegamenti e indossare la faccia da bluff, impresa non certo titanica considerato un repertorio bronzeo di tutto riguardo come il suo. Lo scenario evocato nella nota stampa del nuovo “Future Standards” segue diligentemente il copione, abbrancato a uno stereotipo noir vecchio come il cinema: l’ultimo bar ancora aperto, illuminazione ai minimi come neanche in una caverna, avventori feriti dall’amore e un pianista a richiesta navigato come pochi. Manca il bicchiere di bourbon, ma non occorre sforzarsi troppo per visualizzarlo e arrivare persino a sfiorarlo.

Prodotto dallo stesso cantante e registrato – tra il Wavelab Studio nella natia Tucson, il Fireball Studio del coproduttore Jan Bart Meijers a Amsterdam e il Rift Studio di New York – sotto le spoglie di un sedicente The Howe Gelb Piano Trio, l’ennesimo disco di Howe fa leva sul misurato accompagnamento del fido Thøger T. Lund al contrabbasso e di Andrew Collberg alla batteria, con l’immancabile Lonna Kelley a recitare da partner nei pochi duetti, rare incursioni, quasi invisibili, della chitarra di Naim Amor e ospitate per l’amico batterista Arthur Vint (New York) e la sezione ritmica olandese composta da Joost Kroon e Aram Kersbergen (Amsterdam).

Il proposito strombazzato nell’annuncio promozionale suona a tal punto ambizioso da destare più di un sospetto di ironica canzonatura. Plasmare nuovi standard alla maniera di Merle Haggard, Thelonius Monk, Burt Bacharach, Cole Porter o Hoagy Carmichael, sequenze di accordi dalla facile riconoscibilità, suggellate da un’esecuzione intima e disinvolta a un tempo e dai volteggi di un paroliere gioviale: per un artista, un po’ come aspirare all’eternità. Gelb il fanfarone ci prova con le carte che il capriccio gli ha servito a questo giro e, no, il re di chitarre non è tra queste. Torna quindi al gospel vaporoso, al rhythm & blues al calor bianco della sua più fortunata uscita solista, “Sno Angel Like You”, ma gioca con cadenze e languori più prossimi al jazz, all’insegna di un disimpegno che tende al plateale. Procede insomma con il mestiere, un bagaglio di cliché da commesso viaggiatore della canzone che può campare egregiamente con le sole rendite assicurategli da un’atmosfera, da quella sensualità levigata promossa negli anni a marchio registrato.

Ne esce una raccolta piacevolmente pigra, fumosa, polverosa, da assaporare senza fretta ma da cui evitare di pretendere nulla più che un elegante sottofondo musicale. Brani annoiati, smozzicati, sornioni, ma dispensati non senza classe. A soffermarcisi, l’impressione di noia (e senilità, via) potrebbe risultare pregiudicante, quindi questi “Future Standards” vanno accolti con orecchio bonario per quel che sono, un innocuo divertissement imbastito per puro spirito di autoconservazione, una bella tappezzeria sonora che è davvero tutto fuorché “Relevant”. Le differenze espressive e di sentimento tra un episodio e l’altro sono quasi del tutto annullate in partenza, così all’ascoltatore non restano appigli che tengano, al di là di questo generico charme da attempato volpone.
Solo nelle battute conclusive (“Mad Man At Home”, “May You Never Fall In Love”) l’impronta si fa via via più domestica, appartata, frugale – registrazioni caserecce e in presa diretta – senza più ospiti ma con in cambio qualche fruscio o un cinguettio che incrementi di qualche decimale le fascinazioni da adorabile spiantato del vecchio Howe.

Certo, quando poi il Nostro decide di mettersi d’impegno le seduzioni non mancano, pur se offerte in ordine sparso e in un clima di sontuosa, rilassata improvvisazione. Il suo pianoforte sa ancora librarsi lieve ma autorevole e in qualche frangente (“Ownin’ It”) incanta da par suo. Se “Impossible Thing” ce lo presenta persino frivolo, in una licenza ormai incondizionata dalle lancinanti epifanie dei suoi tormentati deserti, l’ennesima rilettura di uno dei classici dei Giant Sand (“The Shiver Revisited”) ha piuttosto dalla sua la necessaria nostalgia bagnata di disincanto che l’anagrafe, in un certo senso, oggi gli prescrive.
L’idea di minimo sindacale in un quadro di svagate distrazioni resta comunque molto forte e non consente, alla fine della fiera, di spingerci più in là di una stiracchiata (ma pur sempre benevola) sufficienza.

(08/12/2016)

  • Tracklist
  1. Terribly So
  2. Irresponsible Lovers
  3. A Book You’ve Read Before
  4. Relevant
  5. Ownin’ It
  6. Clear
  7. Impossible Thing
  8. The Shiver Revisited
  9. Mad Man At Large
  10. May You Never Fall In Love
  11. Sweet Confusion
  12. Mad Man At Home
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