Da qualche anno a questa parte, infatti, i Meshuggah si godono la loro posizione privilegiata nel panorama metal, protetti dal rispetto degli appassionati, del pubblico e dei virtuosi che ne ammirano le gesta con sguardo devoto. Come biasimarli, loro che hanno stravolto il panorama estremo come poche altre band negli ultimi trent’anni.
Questo nuovo “The Violent Sleep Of Reason” è un’opera dal blando tema politico, che tratta di terrorismo, estremismo religioso e violenza, senza mai esprimere idee e concetti in modo chiaro né approfondito. Si tratta di un cambiamento sostanziale dai temi fantascientifici di un tempo, ma arriva senza il coraggio che pure ci si poteva aspettare dalla band.
I brani si sono tendenzialmente allungati, così che ne bastano dieci per sfiorare l’ora totale. “Clockworks”, oltre sette minuti, è uno dei loro poliritmi cervellotici da antologia, con uno sconnesso assolo di chitarra al centro e Kidman che si sgola sempre di più, pur avendo perduto la potenza di un tempo: è uno dei brani più convincenti degli ultimi album. Affascina anche il funk-metal tellurico della title track, sette minuti scarsi dove gli svedesi passano in rassegna atroci efferatezze sonore senza lasciare tregua ai timpani. “Into Decay” si apre con un insolito passo doom-metal, prediligendo la potenza alla velocità e alla complessità e riuscendo a diventare uno dei brani più umani di una carriera fatta di strutture meccaniche e robotiche.
Il resto dell’opera spazzola in lungo e in largo quello stile che li ha resi famosi: “Monstrocity” incastra un altro assolo pirotecnico in mezzo alla devastazione; “By The Ton” e “Stifled” si concentrano sul groove come accadde in “Nothing“; “Nostrum” riporta alla mente le complicate geometrie di “Caosphere“.
06/11/2016