Damaged Bug

Bunker Funk

2017 (Castle Face) | electro-pop, psych-pop

E sono tre! Con un bilancio numerico di sostanziale pareggio nei confronti dei Thee Oh Sees dell'ultimo triennio, insistere nel considerare quello a nome Damaged Bug solo un estemporaneo trastullo sarebbe miopia, a questo punto. A conferma di ciò, vale anche la pena di segnalare le uscite minori che cominciano ad arricchire il catalogo, dal recente split condiviso con Brian Chippendale aka Black Pus su Famous Class al fantastico mantra in sette pollici di "Smoggy Terminus", corredato da un mazzo di tarocchi dell'artista Kyle Ranson.
Nondimeno preme rilevare come nella sua animazione individuale John Dwyer abbia finito per approssimarsi sempre più proprio all'estetica del suo progetto principe, quindi con deleghe crescenti ai brontolii di quella chitarra acida, malevola, cancerosa, e a una vocetta semplicemente inconfondibile (la title track, "Bog Dash", la favolosa litania quasi garage di "Unmanned Scanner"), pur nel quadro di uno sperimentalismo al solito bizzarro, infantile, ricreativo.

"Bunker Funk" prosegue soprattutto sul confortevole sentiero tracciato dal predecessore, tra gustosi rumorismi, sottili perturbazioni atmosferiche, loop, borborigmi sintetici, basi ritmiche preconfezionate, pifferi, zufoli, mantici sbuffanti ("Liquid Desert"), ossessioni robotiche (che in "Slay The Priest" riportano in parte al radicalismo industriale degli Zeigenbock Kopf, salvo sbocciare poi in inattese fioriture sunshine) oltre ai vocalismi sciroccati di John nell'estasi del suo strambo laboratorio sonoro. Così si fa largo pian piano il Dwyer cantante, si recuperano ampi margini di ortodossia - la mesta ballata "Mood Slime", con i suoi onirismi soft, suona quanto mai emblematica - e viene avvalorata l'impressione di un album più a tutto tondo.

La selva di cinguettanti evocazioni electro di "Ugly Gamma" e relativa prova vocale angelicata non devono trarre in inganno. Quella musicata dal californiano è solo l'ultima di un'infinita rassegna di incubi futuristi, in una prospettiva che l'organo chiesastico rende semplicemente più abbacinante e luminosa. Un risultato subito bissato da "Rick's Jummy", dalla sua psichedelia claustrofobica e ritornante che esalta le aspirazioni kraut-rock già ampiamente esplorate, soprattutto in "Hubba Bubba". Rincara la dose la malatissima filastrocca di "Gimme Tamanthum", culmine della deriva fanciullesca del Nostro, mentre il suo gusto ludico raggiunge l'apice con l'ameno divertissement "No One Notice The Fly", progressive da cameretta che non avrebbe sfigurato nel circo bambinesco di "Castlemania", nonché unico strumentale della raccolta assieme al frammento paradisiaco di "Heavy Cathedral".

Manca forse il formidabile effetto-sorpresa di "Cold Hot Plumbs", ma le sue contraddizioni espressive sono preservate e l'album ha buon gioco nel confermarsi un piacevole gingillo alieno. E poi, per una volta, John ha scelto una copertina fotografica, cosa che non capitava dai tempi dei Coachwhips, una vita fa. Che questo significhi qualcosa, ad ogni modo, è tutto da dimostrare.

(12/04/2017)

  • Tracklist
  1. Structure Image Approach
  2. Bog Dash
  3. Slay The Priest
  4. The Cryptologist
  5. Ugly Gamma
  6. Rick's Jummy
  7. Gimme Tamanthum
  8. No One Notice The Fly
  9. Bunker Funk
  10. Mood Slime
  11. Liquid Desert
  12. Unmanned Scanner
  13. Heavy Cathedral
  14. The Night Shopper
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