Era già quasi in dirittura d’arrivo “Late Stage Capitalism” quando nell’autunno del 2016 Jeremy Messersmith ha sentito l’impellenza di lasciarlo temporaneamente da parte, per offrire alla sua ridotta platea di seguaci un degno commento all’elezione di Trump alla Casa Bianca. La precedenza è andata così a una raccolta scritta e registrata in una manciata di giorni, “11 Obscenely Optimistic Songs for Ukulele: A Micro Folk Record for the 21st Century and Beyond”: tutto un programma, stando al titolo, ma illustrazione di copertina che assolutamente non è da meno, con Jeremy in versione ukuleleista adottato come palestra d’arrampicata da un manipolo di teneri gattini. Un anno e mezzo dopo, la simpatica digressione è riassorbita dalla sesta, più canonica ed elaborata uscita ufficiale su lunga distanza.
Gli ingredienti, preme dirlo, sono quelli di sempre: un cuore camerista su cui svettano volute pop scintillanti e ardite quanto basta, con gran dispendio d’archi, armonie e curve glicemiche opportunamente impennate. Poi certo, a questo giro il ragazzone di Minneapolis si premura di rinnovare la formula con tutta una serie di inserti curiosi, ed ecco allora l’adorabile, ispido bozzetto rockabilly di “Jim Bakker”, l’aura nostalgica confezionata dai fiati chicani di “All The Cool Girls”, l’epica girovaga da menestrello heartland rock che pavesa “Fast Times In Minnesota” e soprattutto la gradevole e flemmatica bossa nova con cui “Postmodern Girl” dà sfogo alla vena eclettica del nostro, disimpegnando lui dagli ingombri di un passato forse già inarrivabile e solleticando l’ascoltatore a caccia di sofisticazioni banali solo all’apparenza.
Con il classico refrain da mandare a memoria, “Monday, You’re Not So Bad” è una ballata jangly dolce e nettarina come la frutta estiva e richiama alla mente i più recenti lavori dei concittadini Jayhawks. La prima discreta vertigine sunshine ci ripresenta Jeremy in forma davvero incoraggiante dopo il mezzo giro a vuoto del tiepido “Heart Murmurs”, ma appare ancor più rimarchevole che ceda quindi di schianto alle ineludibili lusinghe wilsoniane solo alla traccia numero cinque, “Happy” – che a onor del vero fa tanto “Happy Together”, non solo per la prossimità onomastica – convalida di una classe cristallina di arrangiatore e architetto delle melodie. I richiami al sonoro fiabesco, quello ampolloso dello Stephin Merritt più sfrenato, non mancano, ma Messersmith rende forse al massimo in ballad terse e lineari come “Don’t Call It Love” o l’impressionista “Fireflower”, non appesantite dalla ricerca dello stupore a ogni costo. Senza pastrani policromi o sfarzi barocchi, a risplendere in esclusiva è un songwriting di rara grazia ed equilibrio.
Così “Late Stage Capitalism” va configurandosi come uno di quei piccoli dischi che è facile amare già al primo incontro: amichevole, confidenziale, condito da una delicatezza di sguardo e tocco che a tratti lascia estasiati; e un album decadente solo per ragioni di sceneggiatura, in realtà ascrivibile ai lavori più piacevoli, coesi e misurati di questo talentino retro-pop, mai inutilmente sopra le righe, senza ansie da risultato e anche senza più nulla da dimostrare, forse (la notevole “Once You Get To Know Us”). Si chiude con quella che potrebbe essere una outtake dallo sdolcinato predecessore, e che ne rappresenta in fondo il più eloquente e amaro dei controcanti.
11/04/2018