Si è fatto desiderare, Jeremy Messersmith.
Magari non quanto lo spirito affine Richard Swift – autentico desaparecido, oramai – ma, insomma, siamo lì. Per i molti che non lo conoscessero, questo ragazzone di Minneapolis dall’aspetto e dalle attitudini nerdy (la sua avidità di videogiocatore e di giocatore di ruolo tende al proverbiale) è uno dei più talentuosi giovani songwriter statunitensi degli ultimi anni, passato pressoché inosservato dalle nostre parti ma non in patria dove, grazie al successo di critica dei suoi primi lavori, è stato promosso dalla National Public Radio e ha suonato più di una volta al cospetto del presidente Obama. Si è fatto desiderare, dicevamo, perché quattro anni di silenzio per un emergente non sono proprio una piccola parentesi, ma il suo quarto Lp arriva ora nei negozi e mira a garantirgli nuovi seguaci.
Certo per chi abbia amato visceralmente la sua precedente fatica, “The Reluctant Graveyard”, questo “Heart Murmurs” potrebbe presentarsi come una bruciante delusione, se l’avvio con la luminosa ma garbatissima “It’s Only Dancing” ostenta con grazia una bonomia degna dei Keane. Jeremy ha sfrondato i meravigliosi orpelli barocchi del proprio corredo d’artista, ha lasciato in un baule i vinili di Zombies, Kinks e Beach Boys, adeguandosi alla norma di un sound più attuale ma meno iperbolico. Il carattere c’è sempre, anche se la sordina messa al suo entusiasmante virtuosismo citazionista lo fa suonare eccessivamente freddino e impersonale. Poco oltre ci si gioca la carta di una piega nostalgica quanto risoluta, che dai sixties coloratissimi delle sue vecchie cose spinge con decisione verso i più uniformi cromatismi di tanta musica fine anni Novanta: e nonostante la consueta, misurata eleganza degli arrangiamenti, facendo un po’ troppo affidamento sul piglio confidenziale e i sing-along (“Tourniquet”), Messersmith non riesce a emozionare quanto forse vorrebbe.
In “Steve” un pianoforte à-la Ben Folds immalinconisce con stile e insiste nel far pensare a “Heart Murmurs” come al miglior album mai realizzato dalla succitata band inglese (o tra i migliori dei Travis, per dire), intimista e nostalgico non senza destrezza, ma con più affettazione del necessario. Troppo poco, per uno come lui. Stesso discorso per la delicatissima “Bridges”, che riesce un tantino tiepida pure col suo squisito refrain e il suo equilibrio, al solito, prodigioso; o per “You’ll Only Break His Heart”, spigliata alla maniera di certi alfieri pop-rock dimenticati di una ventina di anni fa (dai Toad The Wet Sprocket ai Connels), senza impressionare particolarmente; o “Ghost”, episodio appena più schietto e folksy, che riporta alla mente gli ultimi Fruit Bats con buone suggestioni e niente più. Il disco appare quindi ancora molto curato e superbamente confezionato, ma difetta di mordente e rischia di svelare, suo malgrado, i trucchi di una schematicità sino a oggi molto ben occultata. E se la voce di Jeremy è sempre eccezionale nel dispensare carezze, in questa occasione le marcature grigiastre del synth (“Heidi”) le fanno tuttavia apparire guantate, formali, anche troppo azzimate.
La caratura superiore, insomma, si riconosce, anche se un senso di potenziale in parte inespresso rimane difficile da allontanare. Sarà anche forse per il ridotto margine della chitarra e le pur discrete sofisticazioni ritmiche, che sottraggono implicitamente fascino alla raccolta. O per il taglio più sobrio e minimalista, che raffredda l’atmosfera e tradisce la maggior didascalicità di un songwriting imbrigliato, il cui cuore pop fanciullesco non è messo nelle condizioni ideali per battere all’impazzata, come saprebbe, e deve limitarsi (come da titolo) a tenui mormorii. Meglio allora il cantante in una più essenziale veste acustica, amabile (e politicamente corretto) in quella piccola delizia che è “I Want To Be Your One Night Stand” ma non meno suadente, nella sua trasparenza, quando è ora di congedarsi con una sorta di ninnananna.
Nella seconda facciata – occorre dirlo – il disco cresce comunque d’intensità e qualità, le elettriche tornano a farsi vive, lancinanti e romantiche, e siamo nuovamente dalle parti di un trionfo. Decisivo l’uno-due con “Bubblin’” – superba ballad che riporta indietro le lancette di un altro paio di decadi, almeno – e “Hitman”, a mani basse la canzone più sanguinante dell’album. Tra i riferimenti chiave di Jeremy torna a brillare, per fortuna, anche lo straordinario Jason Falkner, che in entrambe riecheggia quasi con prepotenza. Messersmith si ricorda di saper (e poter) osare e fa centro coi più classici dei conigli dal suo cilindro easy-listening: populista quanto si vuole, ma di quelli irresistibili.
Anche se a intermittenza, questa volta.
30/03/2014