The Comet Is Coming

The Afterlife

2019 (Impulse!) | jazz

Neanche il tempo di riprendersi dal turbine dell’ottimo “Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery” e dal relativo tour, ed ecco che The Comet Is Coming pubblicano un nuovo mini-album. Realizzato durante le stesse sessioni di registrazione del precedente, “The Afterlife” va inteso (e ascoltato) come complemento di “Trust In The Lifeforce” che il trio inglese ha voluto “far venire alla luce” lo stesso anno. L’album è meno serrato e andrenalinico del gemello, ma più riflessivo e dilatato, suonando come il perfetto “secondo tempo” dell’epopea afro-futurista della band nel 2019, cioè l’anno della consacrazione internazionale come trio e di Shabaka Hutchings (King Shabaka) non più solo come promessa del nu-jazz, ma come figura di riferimento di questa âge d'or del jazz contemporaneo (per citare alcune notevoli uscite del 2019: Matana Roberts, Jaimie Branch, Moor Mother e Black Monument Ensemble).

La splendida apertura di “All That Matters Is the Moments” si pone subito come diaframma tra i due dischi, brano che a sua volta “espira” e “ispira” tra ritmi/sezioni più dilatate e ritmi/sezioni più serrate. La melodia emozionale e cristallina enunciata dal sax di King Shabaka si infrange nel groove di ascendenza reggae di Betamax (Max Hallett) e negli imperativi bassi sintetici di Comprised of Danalogue (Dan Leavers), fondendosi perfettamente con lo spoken-word del poeta anglo-nigeriano Joshua Idehen. Il brano rappresenta il gemello maschile di “Blood Of The Past”, uno dei migliori pezzi del disco precedente che ospitava l’intervento poetico di Kate Tempest, presentando diverse similarità anche di suoni e ritmi. Con “The Softness Of The Present” siamo dolcemente catapultati nel mood di un film di Spike Lee, per poi tornare dritti al presente con un groove dub e aprirsi al futuro con un bridge minimalista, dove la pulsazione improvvisamente si frammenta e si estende.


“Lifeforce Part I” e “Lifeforce Part II”, due tempi di una suite immaginaria, sono la quintessenza dell’electro-free jazz cosmico della band, sospeso in una zona dove scompaiono i confini tra i generi nella genealogia ibrida di album cinetici e cinematici come “Science Fiction” (1972, Columbia) di Ornette Coleman, “I Sing The Body Electric” (CBS, 1972) dei Weather Report, “Space Is The Place” (1973, Blue Thumb) di Sun Ra ed “Escape From New York” (Varèse Sarabande, 1981) di John Carpenter.
Chiudono le sonorità electro-pop anni 80 di “The Seven Planetary Heavens”, brano che non sfigurerebbe in una crime story a tinte sensuali di quegli anni, magari di William Friedkin, con tanto di finale incalzante e destabilizzante, in cui tutto sembra mutare pur restando immutabile.

“The Afterlife” non travolge subito come “Trust In The Lifeforce”, ma ha un rilascio lento e prolungato: conquista in più ascolti, quando perdi la cognizione del tempo dentro le ripetizioni, i groove, i suoni analogici di synth e gli assoli. È il disco da ascoltare dopo la sbornia da rave del disco precedente, come se quel processo di sfilacciare e ricompattare permettesse di accedere alle trame dei brani “da dentro”, oltrepassate ormai “le porte della percezione”.

(24/12/2019)

  • Tracklist
  1. All That Matters is the Moments (ft. Joshua Idehen)
  2. The Softness of the Present
  3. The Afterlife
  4. Lifeforce Part I
  5. Lifeforce Part II
  6. The Seven Planetary Heavens
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