FKA twigs

MAGDALENE

2019 (Young Turks) | avant-pop, glitch-pop, nu-r&b

Registrare il fallimento di una relazione chiacchieratissima, raccogliendone non soltanto i cocci, ma anche le ripetute ondate di odio, riversatesi con puntualità svizzera da parte di fan incapaci di distinguere la finzione dalla realtà. Rendersi conto di quanti processi diamo per scontati, di quanti ostacoli si debbano affrontare con un corpo che si dimostra recalcitrante, che obbedisce ai dettami della malattia piuttosto che al nostro volere. Scendere infine a patti con la propria vulnerabilità e cominciare un lungo processo di guarigione e analisi, attraverso cui prendere nuovamente confidenza col proprio io e porre un freno sulle proprie aspettative. Potrebbe essere riassunto così, il penoso e sofferto quadriennio che separa “M3LL155X” da “MAGDALENE”, un ciclo olimpico di confusione e riscoperta in cui trovare nuovi equilibri con una fisicità irrimediabilmente diversa, un'interiorità scossa nel profondo, tale da favorire l'emersione di nuovi stimoli e desideri. Quasi un resoconto di questo lento e costante cammino di recupero, il secondo full-length di FKA twigs è opera introspettiva, catartica, che non rinuncia alla sperimentazione cross-genere delle prove precedenti, ma che la piega in un disco dal forte valore simbolico, maturo e consapevole, con cui tracciare un poderoso ritratto di donna e artista. Da qui si può solo ricominciare.

E allora ecco che Maria Maddalena, nella forza archetipica del suo personaggio e nella manipolazione della sua storia, diventa il fulcro tematico di un disco che agli aspetti religiosi della questione preferisce invece concentrarsi sul simbolismo femminile della figura, sulla straordinaria forza del suo esempio. Una personalità antica e contemporanea allo stesso tempo, che ha esercitato e continua a esercitare un fascino magnetico, traslato nelle più svariate modalità espressive: modello di dignità e coraggio, l'artista britannica ne trasporta diversi elementi all'interno del suo vissuto, gioco di specchi che si spinge ben oltre il profilo lirico.
Oltre il nuovo, pesante, bagaglio di riflessioni, mai così introspettivo prima d'oggi, a prestare il fianco ai cambiamenti più significativi è la produzione, che non rinuncia ai suoi tratti inclassificabili ma si fa più avvolgente, possibilmente più dinamica, tanto accarezzando l'avanguardia quanto misurando la sua versatilità in territori pop. Ancora una volta coordinatrice di un sontuoso cast di collaboratori (tra i tanti Nicolas Jaar, Daniel Lopatin, Skrillex), Twigs riesce nuovamente nell'impresa di piegarne attitudini ed estetica ai fini di un progetto unitario, di una visione singola, delineata con convincimento analogo alle prove precedenti, ma con un trait d'union ancora più potente che in passato.

Molto più incentrato sulla compenetrazione più efficace tra testo e suono, l'album vede Tahliah Barnett affinare ulteriormente la ricerca di una comunicazione che sappia coniugare ricerca timbrica e ricchezza melodica, potenza del messaggio e fascino espressivo. È un mix complesso da gestire, ma che ancora una volta parla dello spiccato senso analitico di Twigs, della consapevolezza necessaria per sfuggire alle trappole delle aspettative e compiere un effettivo balzo nel vuoto. Si giustificano così veri e propri outlier come “Holy Terrain”, pezzo dagli evidenti connotati trap ma dal vigoroso melodismo r&b, enfatizzato dalla natura intima ma volitiva del testo e dall'interessante scambio lirico tra l'autrice e Future, comunque non propriamente al meglio della forma. Un discorso analogo vale per “Home With You”, brano dalla struttura bipartita che sa come rigirare il coltello nell'eterna piaga delle relazioni, degli equilibri precari che le governano. Tra il tono marziale, catatonico delle strofe (sottolineate dal down-pitch vocale e da note grevi di pianoforte) e il calore soverchiante del refrain, esaltato in chiusura da un sontuoso accompagnamento orchestrale, si registra l'intera ambivalenza sottesa alle liriche, interpretata con chiarezza cristallina.

Altrove la faccenda si fa ben più soggettiva, personale, tesa a scoprire la forza di una femminilità spesso tarpata, incompresa, ma adesso fonte di saggezza, comprensione, catarsi. Evidente il desiderio di guarigione, di rivalsa, che anima “Mary Magdalene”, la composizione più bushiana nella carriera di Barnett (evidente nei tocchi folk dell'arrangiamento, ma ancor di più in quell'“A woman's work” che apre il testo), la cognizione di una forza spirituale e di un'energia ancora indischiusa, adesso pronta a sprigionarsi, a svelare i suoi misteri. “Sad Day”, tra le melodie più compiute del suo repertorio, coniuga la segmentata base glitch/techno con una tenerezza interpretativa curiosa per il personaggio, che getta uno sguardo di speranza nei confronti dell'amore e della sua forza salvifica. “Cellophane”, strategicamente posta a chiusura dell'album, è una ballata lancinante, sorretta da un pattern beatboxato e un lento mormorio di pianoforte, tesa a interrogarsi sulla dinamica della separazione da Robert Pattinson. “Fallen Alien” ne è invece la controparte rabbiosa, un'esplosione che rivolta come un calzino le intuizioni ritmiche della migliore Björk e le trasfigura in un disegno sinistro, infestato di presenze pericolose, quasi a sancire la rivincita nei confronti di un male vissuto per troppo tempo come se fosse la normalità.

Alla chiusura di un decennio vissuto da assoluta protagonista, Tahliah Barnett conferma la caratura e l'autorevolezza di un'arte sempre più viva, bruciante, la cui intensità esce soltanto rafforzata dalle tante (troppe) traversie vissute in questo quadriennio. Un vero alieno, caduto sulla Terra da chissà dove, ma pronto a condividere la forza della sua testimonianza.

(01/11/2019)

  • Tracklist
  1. Thousand Eyes
  2. Home With You
  3. Sad Day
  4. Holy Terrain (ft. Future)
  5. Mary Magdalene
  6. Fallen Alien
  7. Mirrored Heart
  8. Daybed
  9. Cellophane