Jenny Hval

The Practice Of Love

2019 (Sacred Bones) | synth-pop, elettronica

Un lento e progressivo slittamento stilistico ha finito col rendere l’attuale produzione di Jenny Hval quasi irriconoscibile rispetto ai lavori editi da Rune Grammofon svariati anni fa. E non si può fare a meno di individuare il più deciso cambio di rotta proprio nel passaggio, con “Blood Bitch”, alla rampante Sacred Bones, etichetta in prima linea nel foraggiare le nuove tendenze d’area dark a favore di un pubblico non necessariamente specializzato.
La notorietà della talentuosa sperimentatrice norvegese ne ha certamente giovato, ma cosa resta dopo il sostanziale smembramento della sua nave di Teseo? Attorno all’inconfondibile timbro acuto della sua voce il panorama è mutato sin troppo, e in termini creativi ed espressivi si fatica sempre di più ad accettarla come un’evoluzione anziché una sconfortante involuzione.

Freddi e asciutti beat aprono la strada ai primi synth in arpeggiato di “Lions”, che vede già entrare in scena la prima di tre nuove collaboratrici internazionali: Vivian Wang, polistrumentista di Singapore, la cantautrice indie-folk australiana Laura Jean e la rampante sound artist francese Félicia Atkinson. Il loro apporto, tuttavia, è ben poco trasformante: con “Accident” Hval prosegue sui tracciati dell’elettronica vintage riportata in auge dai SURVIVE di “Stranger Things”, assieme alla consueta alternanza tra recitato e cantato con cui Hval dà alla luce i propri monologhi interiori – “ruminazioni sull'amore, la cura e l'essere”. Due narrazioni parallele popolano lo spazio acustico della title track, avvolta in diafane sfumature atmosferiche che tuttavia non conferiscono maggior intensità agli interventi verbali.

Funge da nucleo esemplificativo il singolo di lancio “Ashes To Ashes”, ancor più audace nella matrice synth-pop raffrontabile ad altri act scandinavi quali Röyksopp e ionnalee. “Thumbsucker” apre per pochi minuti un diverso scenario, di certo una più plausibile propaggine del recente Ep “The Long Sleep”, del quale ritornano il mood onirico e il riverbero di un sax in lontananza. Subito dopo, infatti, ritornano predominanti quelle sonorità retro-futuristiche che arrivano ad annullare persino il potenziale che avrebbe potuto mettere in gioco una voce quieta e ricercata come Atkinson – sfido a riconoscere la sua impronta in uno qualsiasi dei tre brani da lei co-firmati.

Il titolo di chiusura “Ordinary” assume l’amaro sapore di una profezia auto-avverante: la virata stilistica intrapresa con decisione da Jenny Hval finisce col rendere “The Practice Of Love” un inaspettato e straniante déja-vu, una sequenza di soluzioni incredibilmente “facili” per colei che si era affermata come una tra le più interessanti sperimentatrici dell’underground scandinavo.
Raggiunge appena i 33 minuti di durata l’album più piatto e ordinario della sua carriera, talmente deviante da non sembrare quasi appartenerle. Che sia questo il canto del cigno di una musicista ormai pressoché assente a se stessa?

(13/09/2019)

  • Tracklist
  1. Lions (feat. Vivian Wang)
  2. High Alice
  3. Accident (feat. Laura Jean)
  4. The Practice of Love (feat. Laura Jean and Vivian Wang)
  5. Ashes to Ashes
  6. Thumbsucker (feat. Félicia Atkinson)
  7. Six Red Cannas (feat. Vivian Wang, Félicia Atkinson, and Laura Jean)
  8. Ordinary (feat. Vivian Wang and Félicia Atkinson)
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