“Spiritual America” rappresenta per l’artista una svolta, Brittelle ha trovato il coraggio di gettare uno sguardo al proprio passato, in cerca di una spiritualità avulsa dai canoni di qualsiasi filosofia religiosa. Pur se affine al buddismo, il concetto di spiritualità del musicista americano è trasgressivo, pagano, il fascino e la forza del linguaggio non assumono il profilo di potenziali mezzi di coercizione, bensì di strumenti di conoscenza ed emancipazione. Per un opera così concettualmente avventurosa, Brittelle si è affidato, oltre che al Metropolis Ensemble e al Brooklyn Youth Chorus, alla versatilità interpretativa di Jenn Wasner dei Wye Oak e a quelle non meno rilevanti di Andy Stack (l’altra metà dei Wye Oak, di recente autore di un album sotto il nome di Joyero), avvalendosi delle alchemiche soluzioni del produttore Zach Hanson.
“Spiritual America” mette ancora una volta in luce le peculiarità dell’autore, le otto tracce esaltano l’imponenza e la quantità d’idee che Brittelle inserisce in ognuna delle sue creazioni, sfibrandole ad una ad una fino a renderle minimali, per poi assemblarle in un corpo unico dallo strano effetto massimalista. Straniante e a tratti disorientante, il mood dell’album è instabile, avventuroso e visionario, perfettamente sintetizzato nei cinque minuti abbondanti di “True Hanger”: un’improbabile sequenza di sezioni fiati baroccheggianti, archi neoclassici, assolo chitarristici taglienti, schizzi d’elettronica e volteggi vocali, tenuti insieme da una tensione drammatica dai tratti oscuri e impenetrabili.
Quanto più Brittelle rifugge le regole del songwriting, tanto più il risultato è sublime, valga su tutte il notevole e dissonante orchestral-punk di “Topaz Were The Waves”, il cui fluire di generi lascia spiazzato e confuso anche l’ascoltatore più smaliziato.
Facile a questo punto che il lettore pensi di trovarsi di fronte a un probabile capolavoro. Niente di tutto ciò: “Spiritual America” guarda al futuro, alle percezioni fluide e senza barriere della cultura contemporanea, dove il concetto di opera discografica è destinato a estinguersi, e con esso l’utopia stessa di arte. Allo stesso modo l’autore rifugge l’idea che la canzone abbia regole e canoni da rispettare, formalismi creativi che Brittelle trasgredisce già dalle prime note di “Abattoir”, dove i contrasti ideologici e stilistici sono quasi stridenti. E’ un progetto che offre il fianco a molte critiche, anche pertinenti e motivate, dopotutto il problema della spiritualità contemporanea è una sfida intellettuale destinata a lasciare molti lutti ideologici e culturali.
William Brittelle sceglie l’epica della follia, mettendo insieme istinto e spessore, spiritualità e laicità, dando forma a un progetto innovativo, destinato a essere croce e delizia del potenziale ascoltatore. “Spiritual America” è un album difficile da catturare nella sua più profonda essenza, ma se avete sette minuti da dedicare a “Birds Of Paradise”, lasciatevi andare e fatevi trascinare nel vortice di emozioni di un progetto di rara e inespugnabile bellezza.
25/10/2019