David Ian Roberts

From The Harbour

2020 (self released) | chamber-folk

Il polistrumentista e autore David Ian Roberts nell’arco di soli due album ha reinventato il concetto di chamber-folk, lo ha spogliato dai superflui barocchismi, ne ha reso esuberante il fraseggio lirico e armonico con un uso discreto di note e accordi, ha estratto diamanti grezzi intagliandoli fino a farne brillare l’estrema purezza, ha mescolato field recordings e folk pastorale bruciandone l’ardore sulle vette più alte del folk contemporaneo.

Terzo gioiellino a marchio Ian Roberts, “From The Harbour” è l’ulteriore trionfo della creatività sulla tecnica, avendo il musicista inciso l’intero progetto tra le mura di casa, non potendo usufruire degli studi di registrazione a causa del lockdown imposto in seguito alla pandemia di Covid-19. Sfavillante e mai soporifero, il cristallino e poetico tratteggio folk del musicista inglese ha sempre più le sembianze di un dipinto, di un acquerello realizzato poco prima del tramonto, senza che il bagliore della luce ne alteri la reale bellezza o che l’oscurità ne confonda i contorni.
Se in “St Clear” Roberts ha osato varcare i confini pescando nel jazz e nel prog, ostentando la notevole padronanza di oltre una dozzina di strumenti, con “Travelling Bright” ha dato prova della notevole caratura in sede di composizione, lasciando dietro di sé una scia di sensazioni che ancora deliziano le orecchie e l’animo di molti.
L’etereo flusso di accordi di piano e chitarra che dà vita a un brano come “Distant Planets” è la perfetta sintesi tra essenzialità e trascendenza psichedelica. Nel mentre la stratificazione di fragili accordi acustici di “Levitate” pesca nell’immaginario barocco/medievale di “The Geese And The Ghost” di Anthony Phillips, ed è oltremodo straordinario come l’artista riesca a mettere insieme tanta meraviglia con semplici accordi incompleti e un cantato accorato e intriso di malinconico romanticismo in ”Dream A Fallen”.

Senza premeditazione alcuna, “From The Harbour” finisce per essere l’anello mancante tra il rigore dell’esordio e l’esuberanza del suo successore, impreziosito da alcune tra le più belle canzoni mai scritte da Roberts, come la tremula “Walker” che su accordi che sembrano carpiti al fantasma di Nick Drake fa scivolare una melodia degna di essere consegnata alla storia.
C’è perfino un vero e proprio attimo di vivacità folk-pop in questo terzo capitolo discografico, una poco timida “Hold The Line” che, oltre a un ritornello incisivo, offre un corpo strumentale jazz-folk molto intenso; un brano che in altri tempi avrebbe potuto perfino ambire a un ingresso in classifica, una di quelle canzoni che Ryley Walker cerca disperatamente di scrivere da anni.
Piano, violoncello e chitarra creano un vortice psichedelico dai tratteggi sonori che evocano alcune pagine dei Popul Vuh o dei Current 93, introducendo in un disco pieno di luci un’estatica ombra, “Now Or Never”, che diventa perfino più inquieta e crepuscolare nella meravigliosa pagina strumentale “Red Desert”.
Ad incorniciare tali delizie ci sono l’introduttiva “Slow Burn”, una canzone quasi pinkfloydiana con il piano a condurne le evoluzioni e un suono chitarristico al limite del cosmic-folk, e la conclusiva "Took My Time", che ne riprende le arie acid-folk rallentandone pian piano il respiro lirico, mentre piano e percussioni ne distraggono le velleità drammatiche e fortemente malinconiche, prima che il suono degli strumenti prenda possesso dell’intensa poetica di Roberts.

La splendida copertina consolida con forza la sensazione di trovarsi di fronte a un disco che somiglia a un quadro d’autore, tra sfumature di colori e tinte pastello di rara bellezza. Un altro piccolo gioiellino per il cantautore e musicista di stanza a Cardiff e una delle conferme più vivide dell’anno in corso.

(06/10/2020)



  • Tracklist
  1. Slow Burn 
  2. Walker 
  3. Dream A Fallen
  4. Distant Planets
  5. Levitate
  6. Hold The Line
  7. Now Or Never 
  8. Red Desert  
  9. Took My Time 




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