Fleet Foxes

Shore

2020 (Anti) | folk-pop, soft-rock

Non è certamente misterioso il ricorso alla metafora dell’acqua nel nuovo disco dei Fleet Foxes, pubblicato (com’è d’uso ora) a sorpresa in coincidenza (al minuto) con l’equinozio autunnale. Ed è altrettanto facile utilizzarla per raccontare “Shore” come un disco della rinascita per Robin Pecknold e soci, per come fa da contraltare a “Crack-Up”, che tre anni fa aveva segnato il ritorno della band sulla carta, qualche anno dopo i trionfali esordi.

“Shore” è infatti un agognato ritorno alla normalità per la band, cosa che sembra trapelare anche dai racconti sulla gestazione dell’album e dal suo immaginario promozionale, a partire dalla “normalità iconografica” di Pecknold. È un disco che nuovamente proietta i Fleet Foxes al grado di band globale, non dissimile dai Coldplay a volte anche dal punto di vista musicale (“Can I Believe You”, “I’m Not My Season”), oppure semplicemente rivolta a uno spirito celebrativo e inneggiante.
Dall’altra parte, il perfetto equilibrio di questo lavoro sta nel riuscire a non smarrire la capacità di offrire la musica come viaggio spirituale, oltre che come semplice piacere uditivo. Una caratteristica rara che traspare in ogni scelta degli arrangiamenti, che certamente fanno tesoro dell’esperienza di “Crack-up”, ma che accompagnano una scrittura molto più focalizzata e “aperta”.

Nonostante le melodie chiare, lampanti di “Sun Giant” e dell’omonimo Lp d’esordio non siano più nelle corde di Pecknold (anche se “Sunblind” è un ottimo tentativo), “Shore” non ha infatti nulla da invidiare al carattere umorale e bucolico di “Helplessness Blues”, alle sue improvvise aperture melodiche, al suo carattere orchestrale di trionfale cavalcata dello spirito fuori da sé.
Dopo aver tanto dato alla scena folk-rock e pop dell’ultimo decennio, “Shore” è in un certo senso anche il momento di “riprendersi qualcosa”, mutuando alcune soluzioni d’arrangiamento dagli Other Lives di “Tamer Animals” (“Cradling Mother, Cradling Woman”), lo spirito assolato e itinerante degli Whitney (“A Long Way Past The Past”, “Featherweight”) e gli arrangiamenti corali dei San Fermin (“Wading In Waist-High Water”). Ma nella generosità di un album di quindici tracce e 53 minuti circa si trova un vero patrimonio: gli scorci jazz di “Quiet Air/Gioia” e della title track; sing-along clamorosi come “Young Man’s Game”, coming-of-age dichiaratamente anacronistico per l’età di Robin, e “Jara”, dal grande riff d’accompagnamento. Ma anche solo i piccoli inni contemplativi di “Thymia” e “For A Week Or Two”, con il loro immaginario prosaico e vagamente evangelico, valgono il prezzo del biglietto.

Tutto questo fa dell’album un’esperienza catartica e riconciliatrice che ha pochi eguali nella musica contemporanea, uno dei pochi lavori che sanno fare di una certa ingenuità disarmante, della pura e semplice espressione di gioia, dei punti di forza. Questo è ciò che renderà la musica dei Fleet Foxes certamente preziosa molto oltre gli anni che stiamo vivendo.

(01/10/2020)



  • Tracklist
  1. Wading In Waist-High Water
  2. Sunblind
  3. Can I Believe You
  4. Jara
  5. Featherweight
  6. A Long Way Past The Past
  7. For A Week Or Two
  8. Maestranza
  9. Young Man's Game
  10. I'm Not My Season
  11. Quiet Air/Gioia
  12. Going-to-the-Sun Road
  13. Thymia
  14. Cradling Mother, Cradling Woman
  15. Shore
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