I Break Horses

Warnings

2020 (Bella Union) | dream-pop, synth-pop

Se da una parte oggigiorno non fa strano pensare che una band si possa formare online, tra social e forum, dall'altra la storia degli svedesi I Break Horses desta curiosità e simpatia. Maria Lindén e Fredrik Balck si sono infatti conosciuti sulla Rete, ma non precisamente dove verrebbe da immaginare. Non so: Myspace, un forum dedicato al dream-pop degli anni 80... Entrambi ipocondriaci dichiarati, i membri del duo di Stoccolma frequentavano invece lo stesso forum medico dedicato alla patologia. Non è chiaro se l'incontro abbia in qualche modo lenito le loro sofferenze, certo è che ha dato vita a un dream-pop che incapsula e riflette fragilità e insicurezze tipiche della condizione.

In principio fu "Hearts" (2011), un disco fortemente debitore dei Cocteau Twins e dello shoegaze più onirico, ispirato ma lungi dal poter essere considerato originale. Tre anni dopo fu la volta di "Chiaroscuro", nel quale il duo ridusse l'apporto delle chitarre e si concentrò su battiti ovattati e sintetizzatori al neon.
Ancora una volta l'originalità non era una prerogativa di Maria e Frederik, che concentravano gli sforzi della loro indietronica sulla proiezione di umori e insicurezze. Latitando questa volta melodie efficaci, il risultato fu però poco più che una copia annacquata dei Chromatics.

"Warnings" rimane in questa zona sonora notturna e stordita, con risultati però decisamente più soddisfacenti. Le melodie sono questa volta chiare e rapiscono istantaneamente. Tutto il disco è inondato di un pulviscolo fatato che annebbia e stordisce. Uno di quei miracoli produttivi possibili quasi solo in casa Bella Union, un tempo dominio incontrastato di 4AD.
E così succede che i nove lunghi minuti di "Turn" aprano il disco con tutta la calma necessaria, fornendo all'ascoltatore il tempo giusto di ambientarsi nella dimensione notturna e trasognata. Ammaliandolo lentamente, risucchiandolo a poco a poco in spirali oniriche degne di Julee Cruise o Victoria Legrand.

Il piacevole torpore si protrae in canzoni più brevi come "Silence" e "I'll Be The Death Of You", mentre "Neon Lights" mette in campo una danza di lucine colorate e beat meno abbozzati. Tra i brani più solenni e teatrali spicca "The Prophet", che nel mare di synth ficca una chitarra strisciante e distorta con un filo di cattiveria che non guasta.
La lunga "Death Engine" è un'altra immersione a capofitto in un dolce mare di battiti ovattati e nebbioline incantate. Anche qui l'effetto "Twin Peaks" è garantito.
Chiude un lamento cibernetico al vocoder intitolato "Depression Tourist", con il dispositivo elettronico di distorsione vocale abusato come se la Lindén fosse Imogen Heap. È il congedo di una fuggevole sirena finalmente al pieno delle sue capacità.

Non cambiando quasi nulla negli scenari e nell'impianto musicale, che difatti si sono limitati a rallentare e aumentare di profondità, gli I Break Horses sono riusciti a realizzare un disco assolutamente migliore di quello precedente. Il merito è delle canzoni, che si evolvono plasticamente, senza paura di dilungarsi o spezzarsi sul più bello. Una libertà tipica di chi apre il cuore con sincerità e affida ai sentimenti il timone dell'espressione, curandosi della forma quanto basta. Il che, in assenza di grande originalità, equivale a liberarsi di un peso non da poco.

(21/05/2020)

  • Tracklist
  1. Turn
  2. Silence
  3. l a r m
  4. I'll Be the Death of You
  5. d e n l i l l a p å s e a v l y c k a
  6. The Prophet
  7. Neon Lights
  8. I Live At Night
  9. Baby You Have Travelled For Miles Without Love In Your Eyes
  10. Death Engine
  11. a b s o l u t a m o l l p u n k t e n
  12. Depression Tourist


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