Mammal Hands

Captured Spirits

2020 (Gondwana Records) | jazz

Nella composita galassia del nu jazz britannico, i norfolkiani Mammal Hands rappresentano l’ala più beneducata e formale. Con una tavolozza totalmente acustica e un lessico che riecheggia l’elettronica solo in una certa irrequietezza ritmica, il terzetto di Norwich è il punto di maggior contatto della scena con le tradizioni del minimalismo classico e del third stream jazz.

Al quarto album per Gondwana, la band non rinnova la sua formula ma ne perfeziona l’efficacia, costruendo le undici tracce del disco su un elegante equilibrio di dinamismo, melodia e qualità atmosferiche. Come nelle uscite precedenti, il pianoforte e il sax dei fratelli Nick e Jordan Smart sono al centro dello sviluppo dei pezzi. Versatili e sempre sobrie, le figure di piano si destreggiano con classe in giochi di alte e basse frequenze, orientati ora a edificare climax e indicare la direzione dei pezzi, ora a una studiata e luminifera ciclicità. Il sassofono, dall’altra parte, si incunea tra le note della tastiera alternandosi tra la funzione puramente atmosferica e quella di cardine melodico delle composizioni: non solo dà al sound un carattere pieno e di immediata riconoscibilità, ma lo fa evitando di scadere nei cliché kitsch o rumoristici che spesso si associano allo strumento.

Quella di “Captured Spirits” è musica autunnale, che sotto l’apparenza piovigginosa e un po’ fredda (non ci sarebbe da stupirsi trovandone i brani in mezzo a qualche playlist “Autumn Mood”) cela i colori e il brulichio di forme di un sottobosco in piena vita. Fondamentale per dare consistenza a questo mondo sepolto è l’apporto del batterista Jesse Barett, poliedrico sia nelle scelte ritmiche (che vanno da schemi soft/loud al più jazzistici passaggi sul ride, dall’ottavo dritto ai più sminuzzati breakbeat post-Idm) che in quelle legate alla strumentazione.
Nell’enigmatica “Versus Shapes”, pattern compositivi che rimandano ai raga indiani sono affiancati dall’abilità di Barrett alle tabla. Una parte consistente, la più tenue e avvolgente, della conclusiva “Little One” è giocata su lenti colpi al bordo del rullante. E in “Spiral Stair” è un pulviscolo tintinnante di percussioni assortite ad alimentare l’intro che prelude al crescendo centrale.

Oltre alla già citata “Little One”, l’album è promosso da altri due singoli: “Ithaca” e “Chaser”, saggiamente poste all’inizio della tracklist. Il primo, fluttuante e assorto, è quello che più fedelmente replica l’umore del disco, sospeso tra il sonnacchioso e lo stato di concentrazione totale. “Chaser”, più spigliato, è invece tra le punte del disco in fatto di estro melodico e propensione al voltafaccia ritmico. Al baldanzoso passo terzinato dell’intro fa eco il più atmosferico tratto centrale, sempre ternario ma a tempo dimezzato, premessa melodica della sfrecciante ripresa finale.
Altri episodi ancora brillano per capacità di coinvolgimento e slancio cinematico: “Late Bloomer” e “Riddle”, coi loro scatti degni dei GoGo Penguin, ma anche “Rhyzome” — sei minuti e mezzo di stratificazioni successive, via via più incalzanti e concitate, che digradano poi verso un finale sfilacciato, spegnendosi lentamente.

Nel complesso, questo quarto album è per la band una prova del tutto all’altezza delle precedenti, che tuttavia — fatti salvi gli eventuali neofiti — non sorprenderà ascoltatori che già non fossero stati sedotti dalla formula di “Animalia”, “Floa” e “Shadow Work”. Per chi invece avesse la fortuna di rientrare già tra gli aficionados del terzetto, “Captured Spirits” sarà una solida conferma.

 

(07/10/2020)

  • Tracklist
  1. Ithaca
  2. Chaser
  3. Late Bloomer
  4. Versus Shapes
  5. Spiral Stair
  6. Floating World
  7. Riddle
  8. Rhizome
  9. Shoreless
  10. Into Sparks
  11. Little One


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