Microphones

Microphones In 2020

2020 (P.W. Elverum & Sun) | indie songwriter, lo-fi folk

One long song
recorded nowhere
between May 2019 and May 2020

Il 2020 diventa l’anno in cui Phil Elverum decide di resuscitare il moniker con il quale aveva pubblicato la prima serie di album per la K Records dell’amico Calvin Johnson. Nativo di Anacortes, cittadina di pescatori sull’Oceano Pacifico quasi al confine col Canada – sulla fortunatissima rotta che inanella scene musicali da Vancouver a Portland – il cantautore aveva sospeso il suo progetto folk lo-fi diciassette anni fa con lo splendido “Mount Eerie” (K, 2003), per assumere proprio il nome del monte Erie, alle cui pendici era nato, e sciogliere la sua musica in un songwriting rarefatto e dilatato, preda di scosse ritmiche e tempeste droniche.

“Microphones In 2020” rappresenta una sintesi sonora tra “Mount Eerie” e “The Glow, Pt. 2” (K, 2001). L’album si compone di un’unica traccia di 44’44”, strutturata su due accordi/sezioni, che si ripetono in loop, e intarsiata, a seconda delle aperture narrative, con innesti di altri strumenti (pianoforte, basso e batteria) che fanno eco alle prove più mature di Owen/Mike Kinsella. Le chitarre si sdoppiano, in stile Microphones, con una resa sonora ondulata e sfasata che ricorda gli esperimenti coi nastri di Terry Riley, lasciando negli oltre sette minuti strumentali iniziali – suonati con la prima chitarra posseduta – tempo e spazio all’ascoltatore per perdere l’orientamento e sovrascrivere i propri pensieri.
Al centro si situa il racconto di formazione di Elverum, un percorso immaginifico a ritroso nella sua “educazione sentimentale” con la musica che lo ha portato a essere l'uomo che è oggi, la cui voce giunge quasi inaspettata all'interno del brano, a uno dei crocevia ritmico-armonici dopo circa otto minuti:

The true state of all things
I keep on not dying
The sun keeps on rising
I remember my life if it’s just
Some dreams that I don’t trust

La nostalgia riflessiva di Elverum diventa un processo analitico con cui l’autore, compiendo un viaggio durante il quale effettua le registrazioni, ripercorre le tappe del suo divenire musicista e rinnova i dubbi che lo accompagnano da allora, coadiuvato da un senso della reiterazione familiare alla musica minimalista che qui trova un punto di equilibrio ideale col limite di ripetizioni sostenibili in un brano cantabile della tradizione folk e rock:

I wake up with the sun in my eyes
The present moment tries
But now I’m back where I was when I was 20

“Microphones In 2020” è un progetto che, concettualmente, presenta tratti in comune con “REVISIONIST. Adaptations And Future Histories In The Time Of Love And Survival” dei June of 44 e con “Phoenix” di Pedro The Lion (Polyvinyl, 2019), opere recenti che guardano al passato di due capisaldi della cultura indie a stelle e strisce. Sul piano narrativo adotta la processualità del coming-of-age e la forma del memoir – centrali nella cultura indipendente americana – per far emergere i momenti aurorali di un percorso artistico particolare e universale, guardando alle origini non come atto di autocompiacimento ma come riflessione ciclica sulla sostanza del proprio essere e sulla forma della propria musica, immaginata come un unico, sconfinato brano composto da impercettibili oscillazioni, spaccature, vuoti, disgregazioni, ingressi placidi e interventi massivi.

Le liriche rappresentano uno dei momenti più ispirati della scrittura di Elverum, a compiere un racconto organico e disarmante di un percorso individuale, inanellato da singoli versi che esprimono limpidamente la propria forza immaginifica. L’intensità e la poesia di questo ultimo capitolo della saga Microphones emergono in pieno nella versione audiovisiva dell’opera, nel solco di alcuni illustri visual album nel mondo underground come “Quiet Cities” dei Pan American (Kranky, 2004), ma con lo sguardo rivolto al cinema sperimentale americano, in particolare al film "(nostalgia)" (1971) di Hollis Frampton. In un’unica inquadratura scorrono le fotografie del passato di Elverum in mezzo a paesaggi solitari dove, tra doppie esposizioni e tempi dilatati, il corpo del musicista appare spesso fuori fuoco, privo di materialità, tanto quanto invece la natura è nitida e dirompente.

Grazie a Microphones l’autore ritorna a sé stesso, sublimando lo stato di incertezza e dando l’impressione di essere riuscito a placare il dolore per la prematura morte della moglie Geneviève Castrée – raccontato in “A Crow Looked At Me” (P.W. Elverum & Sun, 2017) – e l’amarezza per la fine repentina del matrimonio con Michelle Williams. La familiarità col medium libro e con la pratica spoken-word permettono a Elverum di realizzare il song-storytelling della propria vita estrinsecato attraverso vari supporti (digitale, video, vinile con libretto e poster). “Microphones In 2020” è infatti un esperimento intertestuale che riattiva con originalità forme e motivi ricorrenti attraverso le pratiche DIY care a Elverum e alla scena di Olympia, dalla quale proviene artisticamente, per vivificarle in un triplice presente di agostiniana memoria, che è contemporaneamente passato, presente e futuro. È imprescindibile la visione del video e auspicabile l’acquisto del vinile, curato e autoprodotto dall’autore con la sua label P.W. Elverum & Sun.

Nothing's really changed
In this effort that never ends

(03/09/2020)

  • Tracklist
  1. Microphones in 2020


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