In ambito letterario è diffusa la convinzione della presenza di una certa difficoltà nel dare seguito a un’opera prima: se in essa convogliano esperienze, riflessioni ed emozioni di tutta una vita, nelle opere successive vi è meno materiale di vissuto, minor tempo di elaborazione e, nel processo creativo, condizioni che potrebbero in certi casi inficiarne la riuscita. Il concetto è in parte riconducibile al campo musicale, dove la perdita di urgenza e creatività rispetto a un esordio esaltante è storia comune di innumerevoli band, tanto che da tempi remoti è proverbiale l’espressione “difficile secondo (o terzo) album”. Non sfuggono alla regola i
Goon Sax, che dopo un
debutto salutato a ragione con il plauso della critica giungono al terzo album dopo che gli entusiasmi tendevano a limitarsi se non scemare già per il
secondo.
A gravare sulla band contribuisce l’eredità pesante del leader Louis Forster, figlio di Robert, storico componente dei
Go-Betweens, e ad aumentare le aspettative per questo “Mirror II” sono il passaggio all’etichetta Matador e la produzione di
John Parish: al cospetto di tali premesse il trio di Brisbane sembra non curarsi troppo delle aspettative e continuare per la sua strada, che iniziava con gli esordi ispirati, più che dalla band paterna di Forster, dall’indie-pop ancor più alternative di band scozzesi come i
Vaselines e soprattutto dagli amatoriali Pastels, affinando la formula lungo il percorso creativo.
Lo scarto tra “Mirror II” e i precedenti è evidente fin dallo sfondo (particolare non certo casuale) nero della copertina a differenza dei toni sgargianti del passato: su di esso gravano scure nubi
wave fin dall’iniziale “In The Stone”, satura di malinconia
smithsiana. La successiva “Psychic”, altrettanto mesta, è propulsa dalla
drum machine e dominata da austeri synth di marca
New Order, mentre bagliori crepuscolari degni di certi
Cure illuminano i magici sentieri
dreamy bagnati di rugiada luminescente a ricordare i paesaggi onirici di scuola
Beach House in “Desire”, quest’ultima affidata alla voce della componente femminile Riley Jones, ormai sempre più protagonista in veste solista, anche nella più
catchy “Tag”, irresistibile nel ricordare il dimenticato
britpop al femminile di band come
Lush ed Echobelly.
Sembrano in parte accantonati l’
alternative-jangle-pop primigenio e i riferimenti alle band più scalcagnate e approssimative del
twee-pop, tanto che i Goon Sax ora puntano, sempre in ambito indie, ai nomi grossi col ciondolìo
à-la Stephen Malkmus (“The Chance”) e con il basso rimbombante contrappuntato da tintinnii chitarristici stile
Pixies di “Bathwater”, prima che un’inedita sei corde epica ci conduca all’esplosione del ritornello accattivante, l’ennesimo di un album in cui sono proprio i
refrain riusciti, a metà tra suggestioni malinconiche e lampi di speranza come la grande musica popolare insegna (basti pensare ai
Rem, maestri di questa specialità), riconducendo il tutto all’ovile pop e cementando gli spunti contrastanti disseminati del disco, perfino quando emerge il lato più
weird, evidente negli accordi acustici devianti e nelle eccentriche armonie
barrettiane (“Carpetry”) e nel piano martellante dell’analoga e conclusiva “Caterpillar”, brani questi che riannodano i fili con le trame più
naif del passato.
Sarebbe un torto parlare di una modifica puramente cosmetica del
sound o riferirsi a una stasi
gattopardesca di cambiamenti che portano a una stasi. Più corretto osservare una band in evoluzione fisiologica (gli anni passano anche per loro, nonostante paiano come rinchiusi in una bolla adolescenziale, ma dall’esordio sono passati 5 anni…) coerente con il suo cammino e la sua identità. Se le ambizioni dei
Goon Sax saranno pienamente realizzate o considerate semplici velleità, starà al singolo ascoltatore arguirlo, ma indubbiamente la band il suo posto all’interno del rinascimento
indie-pop-rock australiano del secondo millennio l’ha conquistato con merito.