Lastanzadigreta

Macchine inutili

2021 (La Contorsionista/Sciopero Records) | alt-pop

Dopo essersi aggiudicato la Targa Tenco 2017 nella sezione “Miglior Opera Prima”, grazie all’apprezzato esordio “Creature selvagge” (che segnava il ritorno della label Sciopero Records dopo anni di pausa), il collettivo torinese Lastanzadigreta completa una nuova raccolta di “filastrocche in musica”. Una “musica bambina” pensata per ascoltatori di tutte le età, suonata riunendo assieme strumenti tradizionali e oggetti recuperati, strappati all’oblio, scovati nella soffitta della nonna o spulciando nei mercatini dell’usato, pagati pochi spiccioli e all’occorrenza opportunamente modificati.

Accostamenti giocosi fra chitarre acustiche e racchette da tennis, sintetizzatori vintage e tubi in pvc, vecchi pianoforti e batterie di pentole, organi farfisa e macchine da scrivere. Fuoriescono suoni insoliti e bizzarri, figli di un approccio “democratico” nel quale tutti sembrano poter fare tutto, anche se il quintetto si distingue per tecnica e preparazione, perché dietro l’apparente luna park c’è uno studio attento sulle possibilità sonore di ogni singolo oggetto-strumento utilizzato. Creata questa impalcatura ideologica, vengono sovrapposti gli archi e i fiati dell’orchestra Filarmonica del Teatro Regio di Torino, per conferire un tocco di sacralità a un lavoro stilisticamente “profano”, inusuale, seppur in grado di schiudere nuove infinite opportunità.

Il risultato sono tredici canzoni dal respiro ampissimo, che si muovono dal Battiato incrociato con la new wave di “Attenzione attenzione” al fine cantautorato molto Brunori Sas di “Tarzan (quello vero)”, passando attraverso l’eclatante baustellismo di “Fiori”. Substrati folk si trasmutano in una forma di pop prepotente (l’esemplare “Pesce comune”), puntando verso ipotesi di mirabile acoustic songwriting (“Creature selvagge, Pt. 2”). Musiche per utensili (“Greta e la nuvola”) e per simpatiche sagre di paese (“Millantatore”), delicate e dolceamare, inventate per ripensare il mondo, toccando temi anche sensibili e di grande attualità, quali l’ecologia e il lavoro.

Estrosi giochi di parole sublimati nella conclusiva “SPID”, che mette in fila una sequenza di sigle di uso comune, manifestando di fatto la nascita di una nuova lingua, che stiamo tutti già inconsapevolmente parlando. L’idea alla base di “Macchine inutili” è mutuata dall’opera di Bruno Munari, artista che intorno alla metà del secolo scorso sviluppò una serie di disegni e sculture dedicate a “Macchine inutili, perché non producono nulla”. Evidente l’affinità con il mondo dell’arte contemporaneo, immobilizzato da mesi per decreto, abbandonato a sé stesso (forse anche) perché ritenuto superfluo, o comunque non essenziale, da chi prende le decisioni nel nostro paese.

In tutto questo, la stanza di Greta diventa un non-luogo necessario, che aiuta a mantenerci eternamente pre-adolescenti, nel quale i sogni possono trovare lo slancio decisivo per trasformarsi in realtà, e dove congegni abbandonati possono ambire a nuove funzionalità, persino inimmaginabili per i loro stessi inventori. Per questo “Macchine inutili” è un lavoro importante, oggi ancora di più rispetto a quando fu scritto e architettato (appena prima della pandemia). Un disco di resistenza, innocente ma antagonista (e allo stesso tempo anche “economico”), che dimostra quanto la musica – anche quella più profondamente pop(ular) - possa ancora avere una valenza civile, sociale, politica.

(10/02/2021)

  • Tracklist
  1. Attenzione attenzione
  2. Pesce comune
  3. Canzone d’amore e di contributi
  4. Fiori
  5. Grammatica della fantasia
  6. Creature selvagge, Pt. 2
  7. Cavallini
  8. Greta e la nuvola
  9. Millantatore
  10. Tarzan (quello vero)
  11. Macchine inutili I
  12. Macchine inutili II
  13. SPID


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