Richard Dawson & Circle

Henki

2021 (Domino) | folk, prog, metal

Chiamatelo eccentrico, visionario, sarcastico, ma l’unica certezza è che Richard Dawson non è un mestierante, bensì un genio prestato all’arte della musica.
Tagliente e aspro quando si diletta con il ruolo di cantautore, dissonante e spiazzante quando trascina il folk verso le radici, e ora decisamente sopra le righe nel superbo approccio all’hard-rock-sperimentale con la complicità della prolifica e mutaforma band prog-metal finlandese Circle (33 album a partire dal 1994 e oltre una ventina di musicisti avvicendatisi nelle varie formazioni).
“Henki” è il trionfo della musica rock come linguaggio popolare e rurale dell’ultimo secolo. Un album dove storie del passato e follie dell’era moderna si alternano come in un libro di Umberto Eco. La genialità di Dawson si dimostra ancora una volta senza limiti, ingannando l’ascoltatore con una densità di elementi stilistici che disorientano e introducono una quantità determinata d’incoscienza, che ha il solo scopo di trasformare in epiche le abituali storie di disfacimento culturale della vecchia Europa.

La botanica è il pretesto di un viaggio simbolico nella moderna babele industriale. Dawson ritorna a vendere la vecchia Inghilterra al prezzo di pochi pound: c’è infatti la stessa forza narrativa dei Genesis di “Nursery Crime” nei dodici minuti di “Silphium”, un viaggio sonoro alla ricerca dell’estinta pianta di finocchio gigante che Dawson e i Circle sottolineano con elaborazioni progressiv-rock, che partendo dal brio della band di Gabriel e soci giunge fino alle soglie del kraut-rock dei Neu!.
L’inconsapevole e insano gesto del geografo Donald Currey (distrusse un albero millenario) fa da sfondo all’impegno più hard e concreto di Dawson (“Methuselah”), dopo tutto, il musicista ha sempre dichiarato l’amore incondizionato per il primo album degli Iron Maiden. Un brano, quest’ultimo, apparentemente lontano dal bucolico e spirituale folk di “Cooksonia”, un sentito tributo alla figure iconiche di due botaniche (Isabel e Ethel) e in verità frutti similari del creativo alt-folk-rock messo in piedi per le storie a tema floreale di “Henki”.

E’ un folk bucolico nonché leggermente dark, quello di Dawson e compagni, egregiamente rappresentato da quel gioiello di post-kraut-rock di “Silene”, sette minuti di fantasmagorici suoni di synth, vocalità insofferenti, depistaggi armonici e ritmi robotici, che raccontano di un seme riportato alla vita dopo 32.000 anni da un gruppo di scienziati russi.
L’arte del paradosso è altresì  al centro di “Ivy”, un folk tribale e psichedelico dall’intenso fascino sciamanico, una canzone che beneficia della notevole capacità narrativa di Dawson, ma anche del gemellaggio artistico con i Circle, che offre al musicista la possibilità di cimentarsi con un suono meno anomalo e ancor più dinamico e fresco, in questo caso affine al lato più epico dei Judas Priest.
L’episodio più frivolo e leggero, il post-punk-pop di “Lily”, rimanda alle esperienze di Dawson con gli Hen Ogled, spuntando come un piccolo interludio leggiadro, prima dell’incubo art-rock di Pitcher, che sfrutta un incipit prog-rock per poi mescolare pop psichedelico, kraut e funky in un groviglio di suoni e voci che il timbro vocale quasi operistico del cantante della band, Jussi Lehtisalo, converte in una versione barocca dell’hard-rock.

Per un artista fuori dagli schemi, un album come “Henki” è fuori dagli schemi, un ossimoro dialettico e stilistico che è alla base di uno dei più ingegnosi dischi dell’anno. 

(18/12/2021)

  • Tracklist
  1. Cooksonia
  2. Ivy
  3. Silphium
  4. Silene
  5. Methuselah
  6. Lily
  7. Pitcher




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