Quanto appena detto sembra stridere con la scelta di affidare ai 41 minuti di “The Hermit” l’apertura dell’album, un autentico schiaffo all’imperante legge dello streaming. Un brano difficile da raccontare con il linguaggio corrente, al punto che è più corretto invocare termini come progressive, folk psichedelico o avant-jazz-rock: la voce di Dawson entra in scena dopo ben undici minuti senza alterare l’intensa e quasi ipnotica atmosfera della lunga suite, rarefazioni aspre e slanci sonori si susseguono per poi esplodere in un tripudio di archi, di arpe e voci angeliche e suggestive. A supporto del brano, Dawson ha realizzato un cortometraggio che è stato proiettato nei cinema inglesi e che purtroppo non sarà visibile in Italia.
Il futuro immaginario di “The Ruby Cord” è ricco di ombre e oscuri presagi, non lo è del tutto il tessuto sonoro assemblato dall’artista a far da cornice: è infatti disinvolto e perfino giocoso il folk-pop lievemente dissonante di “Thicker Than Water” ed è surreale e incline a una furiosa evoluzione free-form e hard-rock la sfuggente “The Tip Of An Arrow”.
Cantore del disagio dell’uomo moderno, Dawson ne racconta la triste estinzione sociale attraverso struggenti e delicate folk-song estatiche alla Joanna Newsom (“Museum”) e slanci elegiaci dove illusioni e speranze sembrano trovare un flebile raggio di luce (“Horse And Rider”). La narrazione del musicista inglese è comunque drammatica, il futuro è quasi una replica del peggior Medioevo e “The Ruby Cord” assomiglia più a una pubblicazione di Urania che a un’avvincente fantascienza stile “Matrix“. Benvenuti nel futuro.
Mi chiedo se la mia signora sappia che non c’è modo di tornare indietro nel mondo nel quale è nata, l’unica via d’uscita è indietro e giù
(“Horse And Rider”)
16/12/2022