La botanica è il pretesto di un viaggio simbolico nella moderna babele industriale. Dawson ritorna a vendere la vecchia Inghilterra al prezzo di pochi pound: c’è infatti la stessa forza narrativa dei Genesis di “Nursery Crime” nei dodici minuti di “Silphium”, un viaggio sonoro alla ricerca dell’estinta pianta di finocchio gigante che Dawson e i Circle sottolineano con elaborazioni progressiv-rock, che partendo dal brio della band di Gabriel e soci giunge fino alle soglie del kraut-rock dei Neu!.
L’inconsapevole e insano gesto del geografo Donald Currey (distrusse un albero millenario) fa da sfondo all’impegno più hard e concreto di Dawson (“Methuselah”), dopo tutto, il musicista ha sempre dichiarato l’amore incondizionato per il primo album degli Iron Maiden. Un brano, quest’ultimo, apparentemente lontano dal bucolico e spirituale folk di “Cooksonia”, un sentito tributo alla figure iconiche di due botaniche (Isabel e Ethel) e in verità frutti similari del creativo alt-folk-rock messo in piedi per le storie a tema floreale di “Henki”.
E’ un folk bucolico nonché leggermente dark, quello di Dawson e compagni, egregiamente rappresentato da quel gioiello di post-kraut-rock di “Silene”, sette minuti di fantasmagorici suoni di synth, vocalità insofferenti, depistaggi armonici e ritmi robotici, che raccontano di un seme riportato alla vita dopo 32.000 anni da un gruppo di scienziati russi.
L’arte del paradosso è altresì al centro di “Ivy”, un folk tribale e psichedelico dall’intenso fascino sciamanico, una canzone che beneficia della notevole capacità narrativa di Dawson, ma anche del gemellaggio artistico con i Circle, che offre al musicista la possibilità di cimentarsi con un suono meno anomalo e ancor più dinamico e fresco, in questo caso affine al lato più epico dei Judas Priest.
L’episodio più frivolo e leggero, il post-punk-pop di “Lily”, rimanda alle esperienze di Dawson con gli Hen Ogled, spuntando come un piccolo interludio leggiadro, prima dell’incubo art-rock di Pitcher, che sfrutta un incipit prog-rock per poi mescolare pop psichedelico, kraut e funky in un groviglio di suoni e voci che il timbro vocale quasi operistico del cantante della band, Jussi Lehtisalo, converte in una versione barocca dell’hard-rock.
Per un artista fuori dagli schemi, un album come “Henki” è fuori dagli schemi, un ossimoro dialettico e stilistico che è alla base di uno dei più ingegnosi dischi dell’anno.
18/12/2021