Cult

Under The Midnight Sun

2022 (Black Hill) | hard-rock

In numerologia l'undici è simbolo di intuizione e sensibilità percettiva, doti nobili che guidano chi le possiede verso l'acquisizione del significato più recondito dell'esistenza. Sulla copertina di "Under The Midnight Sun" campeggia a caratteri romani in basso a sinistra e serve non solo a tenere il conteggio degli album pubblicati, ma anche ad anticipare i contenuti di un lavoro che, sia pur a tratti, mantiene fede alle premesse.
D'altronde, nel corso di una rispettabile carriera lunga ormai quarant'anni (tanti ne sono trascorsi da quel doppio singolo "Moya/Fatman" a nome "Southern Death Cult" che nel 1982 diede avvio all'epopea del gruppo), Ian Astbury ha legato il proprio ego a versi intrisi di spiritualità, filosofia e occultismo, capaci in qualche modo di rinfocolare i tizzoni della saga a dispetto delle frequenti crisi d'ossigeno. Se il capolavoro "Love" era denso di richiami alla cultura degli indiani d'America, nel mirino di "Under The Midnight Sun" c'è invece il sole di mezzanotte, fenomeno osservato nel giugno 1986 in Finlandia da Ian e Billy Duffy - unici superstiti attuali della line-up originale - allorché assieme a Pogues, Big Country e Fine Young Cannibals animarono il cartellone del misconosciuto Provinssinrock Festival.

 

La discografia dei Cult, come le lune, alterna da sempre fasi crescenti a drastiche eclissi d'ispirazione, ma se teniamo conto di "Choice Of Weapon" (2012) e del più recente "Hidden City" (del 2016) possiamo tutto sommato affermare che si trovi ancora nel ciclo propizio, grazie anche all'oculata supervisione di Tom Dalgety (già produttore di Pixies, Rammstein, Simple Minds, Therapy? e Siouxsie).
Echi post-punk dal passato pre-Electric affiorano sin da "Mirror", che in apertura dispone le pedine su una scacchiera sonora che fa della breve durata (appena trentacinque minuti) il suo insospettabile punto di forza, con kick-off a-là "Love Like Blood" e un ritornello ossessivo ("love, love, love, forget what you know") che trapana i sentimenti come un martello pneumatico.
I potenti riff di chitarra di "Outer Heaven" ben si intrecciano al drumming forsennato di Ian Matthews (in prestito dai Kasabian), sullo sfondo un baritono proverbialmente melodrammatico che sarà il leit-motiv anche della ruvida "A Cut Inside" (lo slogan "no heroes in heaven" si candida a inno da stadio) e di "Vendetta X", quest'ultima dalle venature electro e in debito con "Don't Fear The Reaper" dei Blue Oyster Cult negli arpeggi dell'intro.

"Impermanence", di sapore goth, è quella maggiormente vicina al gusto delle radici (l'album è stato registrato non a caso in Galles ai Rockfield Studios di Monmouth, che nel 1984 avevano dato i natali al debut "Dreamtime"), per il resto le influenze più evidenti sono le stesse che avrebbero poi segnato gli umori della band britannica soprattutto nella seconda metà degli anni Ottanta: nella ballata orchestrale "Knife Through Butterfly Heart" tornano a materializzarsi graffiti zeppeliniani già testati in era-"Sonic Temple" (ricordate ad esempio "Soul Asylum", di fiero incedere "Kashmir"?), mentre nell'ode alla luce polare che dà il titolo all'opera aleggia irrequieto lo spettro di Jim Morrison, onnipresente nella poetica del discepolo Astbury che durante l'esperienza a capo dei 21th Century Doors aveva accarezzato addirittura il sogno di reincarnarlo ("under the midnight sun with creatures of the wild/ lost in love's illusion all will fade in time").

 

In ultimo la claustrofobica supplica dell'ottimo singolo di lancio "Give Me Mercy", degna del Nick Cave più sobrio e probabilmente l'unica destinata a futura memoria, ma dal momento che la gloria radiofonica non è mai stato obiettivo prioritario, nel complesso "Under The Midnight Sun" si può considerare una positiva conferma.

(09/11/2022)

  • Tracklist
  1. Mirror
  2. A Cut Inside
  3. Vendetta X
  4. Give Me Mercy
  5. Outer Heaven
  6. Knife Through Butterfly Heart
  7. Impermanence
  8. Under The Midnight Sun
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