A distanza di tre anni dall’ultimo “Un-psychedelic In Peavey City” (Vapid Moonlight Inc) tornano sulle scene gli Intelligence di Lars Finberg, una delle più longeve band weird-garage che ha attraversato indenne una carriera ventennale: sarà anche perché si sono sempre tenuti lontani da palcoscenici importanti, mantenendo lo status di band di culto. A ben guardare, anche col weird-garage in senso stretto gli Intelligence hanno sempre avuto poco a che fare, intrigati nella continua sfida verso territori post-garage, tra lo-fi, ammiccamenti folk-pop, storture elettroniche e piccole, timide sperimentazioni.
Non fa ovviamente eccezione “Lil’ Peril”, che a ben diciotto anni dall’esordio della band di Seattle non può neanche contare sulla freschezza di opere come “Boredom And Terror” o “Deuteronomy“: Finberg propone una scrittura malinconica e a tratti seriosa, senza rinunciare alle caratteristiche salienti di casa Intelligence, quali guizzi elettronici e dissonanze qua e là (“Lil’ Peril”, la miglior traccia), candido garage-pop che si dilunga (“My Job Is Here Is Dumb”), giocando con la psichedelia (“Frog Prints In Preset City”) e filastrocche sghembe (“Portfolio Woes”), restituendo ancora una volta l’idea di una musica a metà tra caldo e freddo, tra amorevole slancio e robotico calcolo, che viene strutturato al meglio nei quasi nove minuti conclusivi di “Soundguys”.
Al centro delle trame di “Lil’ Peril” c’è sempre la figura di Finberg, forse una delle più determinanti nel panorama weird statunitense grazie agli A Frame, agli Unnatural Helpers e alle sue collaborazioni con gli Osees (partecipò come secondo batterista a “Carrion Crawler/ The Dream” del 2011 e a “Floating Coffin” del 2013), che continua imperterrito per la propria strada, senza curarsi troppo dello zeitgeist musicale. Non sempre si è d’accordo con lui, ma vale almeno la pena rendergli il merito di provarci ogni volta.
15/10/2022