Paolo Nutini

Last Night In The Bittersweet

2022 (Atlantic) | indie-pop, soft-rock, r&b

Il percorso artistico di Paolo Nutini, partito dalle strade di Glasgow per giungere ai migliori palcoscenici mondiali, è costellato di soddisfazioni.
Ciononostante, a parte l'assoluzione in un caso di guida in stato di ebbrezza del 2017, il cantautore scozzese ha mantenuto negli ultimi otto anni un basso profilo, tanto che molti fan, con piglio fortemente ironico, sono arrivati a pensare che fosse tornato a lavorare per il famoso negozio di fish and chips gestito dalla sua famiglia.
L’uscita di “Last Night In The Bittersweet” trancia questo vuoto temporale e lo fa in modo davvero articolato. Il suo ritorno è il cosiddetto fulmine a ciel sereno e coloro che in passato osarono etichettarlo come il classico idolo per adolescenti avranno materiale fresco sul quale ricredersi, constatato l'ampio spettro di stili, suoni e intuizioni previsti per questa lunga raccolta.

 

Come solo parzialmente accennato in “Caustic Love” (2014), Nutini si allontana, questa volta con fermezza, dal gloop sdolcinato dei primi successi come “Last Request” e “New Shoes”. In questo lavoro non è presente alcuna gratificazione immediata e se di primo acchito si potrebbe rischiare di giudicarlo come una collezione un po' troppo frammentaria, ulteriori ascolti rivelano che dietro questa sana follia cangiante c’è un metodo.
“Last Night In The Bittersweet” è un album d'amore, in tutto e per tutto, anche se la romantica tabella di marcia si presenta piuttosto randomica: che si tratti della sua nascente realizzazione (“Radio”), dell'esplorazione delle dolorose vulnerabilità sentimentali (“Acid Eyes”), delle sfrenate emozioni (“Everywhere”) – qui sprigionate in una sontuosa veste – o negli accorati messaggi lanciati da “Through The Echoes” e “Take Me Take Mine”, l’anima soul e r&b di Nutini si alza prepotente e con lei la sua straordinaria e camaleontica vocalità.

Se i testi possono rivelarsi piuttosto semplici da decifrare, così non si può dire per la sezione musicale. L’opener “Afterneath” è il perfetto biglietto da visita con le sue inconsuete e sinistre deviazioni space-psichedeliche, ma ulteriori elementi anni 70 lasciano il segno: la spigolosa “Heart Filled Up”, l’eccellente “Lose It” - uno stranissimo pot-pourri influenzato dal kraut-rock e dal Lou Reed di “Walk On The Wild Side” - la scuola Fleetwood Mac di “Children Of The Stars”, la ballata pop in evidente Chicago style di “Julianne”. E non mancano nemmeno riferimenti agli anni 80, ad esempio “Shine A Light”, dove l’artista di Paisley dimostra di aver assimilato appieno i dettami di Springsteen e U2 e quelli à-la Traveling Wilburys di “Petrified In Love”.
Ci sono anche numeri folk, sparsi qua e là in diverse collocazioni, consolidati alla perfezione in “Abigail”, pizzicata e strimpellata nelle modalità rese celebri da Don McLean e Cat Stevens.

Nutini, in questi sedici brani, ha riposto in un cassetto il manuale della popstar.
Il settaggio migliore per gustare le numerose varianti e l’ampia ricchezza stilistica offerta dal suo talento, per quello che è senza dubbio il migliore tra i lavori finora pubblicati, è abbandonare ogni preconcetto e lasciar scivolare in piena libertà “Last Night In The Bittersweet” in ogni anfratto che lo rappresenta.

(06/07/2022)

  • Tracklist
  1. Afterneath
  2. Radio
  3. Through The Echoes
  4. Acid Eyes
  5. Stranded Words (Interlude)
  6. Lose It
  7. Petrified In Love
  8. Everywhere
  9. Abigail
  10. Children Of The Stars
  11. Heart Filled Up
  12. Shine A Light
  13. Desperation
  14. Julianne
  15. Take Me Take Mine
  16. Writer






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