Selebeyone

Xaybu: The Unseen

2022 (Pi Recordings) | experimental jazz-hop

Per chi segue le sorti di Steve Lehman, il termine sélébéyone non desterà certamente meraviglia. Come raccontavamo qualche tempo fa su queste stesse pagine, in lingua wolof sélébéyone sta a indicare “un’intersezione”, ma anche “un terreno liminale dove due entità definite si incontrano e si trasformano in qualcosa di sconosciuto”. Ebbene, se proprio “Sélébéyone” (2016) aveva consentito al sassofonista newyorkese di aprire le porte della sua ricerca jazz alla grande tradizione dell’hip-hop, col tempo esso è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica, trasformandosi addirittura nel nome collettivo con cui Lehman e gli amici Maciek Lasserre (sax alto), Damion Reid (batteria) e i due vocalist HPrizm (già negli Antipop Consortium) e Gaston Bandimic proseguono il loro cammino lungo un sentiero sonoro che conduce alle radici comuni di due delle forme espressive più importanti della comunità afroamericana.

Guidati da una profonda comunione di intenti, che ha nell’abbandono spirituale dinanzi al Mistero e all’Invisibile la sua stella polare, questo collettivo avant-rap non delude le aspettative con le quindici tracce di “Xaybu: The Unseen”, titolo che, per l’appunto, richiama l’ineffabilità di ciò che è inconoscibile e invisibile, dato che in wolof xaybu rimanda al concetto islamico di al-Ghaib, indicante ciò che non è possibile vedere, perché profondamente nascosto.
Date queste premesse, è facile intuire che i Sélébéyone si muovono in un territorio di confine, che è quello dove convergono il rispetto per la sacralità del Mistero e il desiderio di lambirlo, fosse anche solo per un istante, con la sola forza della propria arte. Ne deriva, quindi, un flusso sonoro fatto di equilibri instabili, rapimenti vertiginosi e tessiture asimmetriche, quando non propriamente astratte e/o gassose (è il caso, quest’ultimo, della prima e ultima traccia, che non a caso portano lo stesso titolo, “Time Is The First Track”, e che fungono da cerniera di un lavoro che agisce costantemente tra opposte traiettorie).

Consapevoli della difficoltà del viaggio da intraprendere, Lehman e Lasserre non si sono occupati soltanto della scrittura di tutti i pezzi, ma hanno supervisionato anche ogni aspetto della produzione, oltre a occuparsi del design e dell’architettura generale del suono. Il risultato è un disco che, al netto di una seconda parte leggermente più debole della prima, riesce a essere sia esplosivo che lirico, con "Djibril" che, nell’immediato, mentre scaglia il suo caleidoscopio jazz-rap verso il futuro, lasciandosi dietro fotogrammi di un Miles Davis disperso tra giungle inesplorate, ci ricorda, prendendo in prestito le parole del regista senegalese Djibril Diop Mambéty, che bisogna passare attraverso il Buio se si vuole percepire la Luce o, più semplicemente, "ogni volta che vuoi vedere la luce, devi chiudere gli occhi".

C’est simple. Il faut fermer les yeux. Est-ce que vous avez fermé les yeux? Vous voyez des point de lumieres. Serrez fort. La lumiere se précise. Et puis, on ouvre les yeux. C’est tres simple. A chaque fois que vous voulez voir la lumiere, il faut fermer les yeux

Armati di un paio di buone cuffie, apprezzerete meglio i dettagli e le sfumature che emergono prepotentemente tra beat sguscianti, sax luminescenti, poliritmie e flash elettronici (“Lamina”), trame irregolari e ghirigori assortiti (“Gas Akap”), rimpalli e fondali glitch (“Poesie I”), ma anche traiettorie spigolose che fendono atmosfere sospese, probabilmente quelle di un noir urbano piegato a dire di processi interiori sempre e comunque sfuggenti (“Liminal”), come suggeriscono anche "Gagaku" ("guidato attraverso l'illusione nella terra dei perduti"), che vanta un sample vocale del leggendario batterista jazz Billy Higgins e procede come una fanfara esausta, e la crepuscolare “Go In”, in cui HPrizm, consapevole che solo quegli stessi processi interiori possono ridestare l’eco di ciò che è Sorgente e Inizio, afferma che "È più difficile connettersi alla sorgente/ In mezzo al caos il segnale non è andato perso”, è anche se “la mia eredità è stata sepolta sotto tutto ciò”, essa è “ancora lì”.

 

“Dual Ndoxol” passa da momenti meccanico-ipnotici ad altri più convulsi, dominati dalle volute panoramiche del sax e dal drumming versatile di Damion Reid. “Zeraora” riesce, invece, a creare un evocativo contrasto tra sibili dronanti e il vorticoso interplay che coinvolge fiati e batteria. In “Souba”, Lehman può infine dare voce alla sua passione per la musica contemporanea, orchestrando una partitura fratturata con tanto di arpa, archi, flauti e percussioni.
Esauritosi l'ultimo solco, viene naturale ricominciare tutto da capo, perché l'incantesimo sonoro dei Sélébéyone è uno di quelli che non stanca mai.

(26/09/2022)

  • Tracklist
  1. Time Is the First Track
  2. Djibrillamina
  3. Gas Akap
  4. Liminal
  5. Gagaku
  6. Poesie I
  7. Poesie II
  8. Go in
  9. Navigation
  10. Dual Ndoxol
  11. Dual HP
  12. Zeraora
  13. Souba
  14. Time Is the First Track
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