Le premesse per un esordio con il botto erano chiare. L’Ep “
Dark Days” pubblicato lo scorso inverno non lasciava dubbi di sorta sulle oggettive qualità della band di Leeds, giovane, ma già ampiamente attrezzata per occupare un ruolo di prim’ordine nel vasto panorama
post-punk odierno.
“The Overload” è uno dei dischi più attesi di questo primo scorcio di 2022, un’aspettativa amplificata dagli ottimi singoli rilasciati nei mesi precedenti.
James Smith e soci affrontano con l’abituale piglio spigoloso, satirico e sfacciato, le problematiche che vanno oggigiorno per la maggiore: non solo invettive contro l’attuale classe politica britannica, sui disagi che coinvolgono la massa, ma anche personali riflessioni sul quotidiano, sugli stili di vita e sulle sinistre angolature che governano il subconscio. La condotta che però caratterizza maggiormente gli Yard Act è questo maledetto
aplomb sornione e, allo stesso tempo, spudorato che filtra dalle fessure.
Il grottesco cinismo dello
sprechgesang di Smith - che deve molto al metodo forgiato dall’omonimo e seminale leader dei
Fall - riesce a essere tanto affilato quanto accondiscendente. Anche le strutture musicali impostate sul rapporto basso-chitarra-batteria sembrano sempre a un passo dall’esplosione, mai raggiungendo questo limite, donando alle complesse e articolate tematiche un idoneo scenario, identico a quello che potrebbe presentarsi in un pub inglese, dove davanti a una pinta di birra ci si ritrova a riflettere su qualsiasi tematica, senza alcun freno inibitorio e con consapevoli argomentazioni intrise di dettagli.
“The Overload” è un disco che merita estrema attenzione e, come accennato, da analizzare con cura in tutte le sue componenti. I testi sciorinati da Smith sono notevoli e lucidi e il suo dinamico
recitar-cantando si rivela decisamente convincente, stabilendo un rapporto con l’ascoltatore che volge quasi a trasformarsi in una vera e propria conversazione diretta.
Dal punto di vista sonoro, l’impettito post-punk che cementa la proposta tende ad approdare su territori che, pur restando fermamente originali, mescolano molteplici riferimenti.
Nell’acuta denuncia di “Payday”, ad esempio, scagliata contro il fanatismo classista e la cosiddetta gentrificazione, si riprende il
jogging di “
Parklife” (il brano) dei
Blur, mentre nell’aguzzo pop-punk
à-la Xtc della
title track si registra il ritorno del narratore immaginario Graham, il presuntuoso restauratore protagonista del vecchio singolo “Fixer Upper”, più feroce che in passato in questa riflessione che raccoglie i frammenti di disparate conversazioni, quasi fondendole l’una all’altra per farle diventare un
unicum che fotografa perfettamente il malcontento generale che attanaglia l’epoca odierna.
“Land Of The Blind” è guidata dal basso pulsante di Ryan Needham, un brano sull’arte dell’illusione e su come la fiducia in se stessi possa davvero stravolgere situazioni apparentemente immodificabili. La violenta disamina politica e sociale di “Dead Horse” e “Quarantine The Sticks” (con
Billy Nomates alle
backing vocals) è servita in una peculiare salsa che mescola fragranze provenienti da
Franz Ferdinand e
Sleaford Mods, mentre il punk, più che il suo
post, si crogiola nei
riff che la chitarra di Sam Shipstone dirige sulle stilettate lanciate da “Witness (Can I Get A?)” e l’asciutta e a tratti sintetica
new wave affianca le considerazioni di “Pour Another”, per giungere all’indagine effettuata in “Tall Poppies”, dove negli inconsueti sei minuti abbondanti di durata si tratta sulla difficoltà nell’apprezzare onestamente le virtù altrui senza provare fastidio, la cosiddetta sindrome del papavero alto.
Nel fervente panorama post-punk odierno, “The Overload” si staglia tra le testimonianze più centrate, frutto di un sagace bilanciamento nella costruzione di liriche e musiche accattivanti, talvolta orecchiabili, mai smarrendo la crudezza e la rigidità imposte dall’indossare questo prestigioso abito e descrivendo con rabbia un mondo al quale non piacciono le vie di mezzo. La rabbia è anche energia, che gli Yard Act cercano di canalizzare non per gridare meri slogan, ma per innescare una congrua reazione.
Un disco elettrizzante, che mette sotto pressione nell’adattarsi perfettamente alla forza che sprigiona.