Yeule

Glitch Princess

2022 (Bayonet/ P-Vine) | ambient-pop, glitch-pop, post-industrial

Poco importa che Yeule decida di mostrarsi con un altro pseudonimo, nella robotica presentazione affidata a “My Name Is Nat Ćmiel”. Non frega nessuno, men che meno se stessa. C'è ben poco di umano, nelle pieghe di “Glitch Princess”, e che lo abbia composto una musicista di Singapore ma di stanza a Londra perde totalmente di importanza. Disco alieno, anche più di un “Serotonin II” che già aveva introdotto con dovizia di particolari il narcolettico universo dell'autrice, il secondo album è la storia di un avatar impazzito, il vagare di un'anima dissociata, contesa tra un incessante doomscrolling e un senso di catastrofe impellente, perseguito con elusiva precisione. Alienazione e autodistruzione, malattia e desiderio animano un album che spinge ancora più lontano i già sfilacciati contorni di un pop liquefatto, appena solcato dal senso della melodia, prima che si rintani nuovamente a cercare un nuovo errore, un nuovo segnale di disturbo verso cui scagliarsi. Affascinante? Questione di prospettive.

Non è così complicato, specie in tempi di profonda incertezza e di crisi, immedesimarsi nei meandri di un incubo digitale, perdere di vista il reale per cercare l'oblio altrove, la distruzione tra gli infiniti angoli della rete. Anche per questo, ancor più che nel primo album, la voce si fa sibilo incerto, cantilena mogia, il tramite di pensieri che faticano a organizzarsi, al netto di un senso di apocalisse incombente. La materia sonora, per quanto fedele al titolo, e quindi alla ricerca di un glitch, di un'inconsistenza a cui aggrapparsi, prende anch'essa un percorso di progressiva astrazione, indeterminazione che solo a tratti sa avanzare una pretesa melodica (la rincorsa emo-pop di “Don't Be So Hard On Your Own Beauty”, vero e proprio outlier della collezione) o mettere in mostra vaghi sentori danzerecci (la trance isolazionista di “Bites On My Neck”). Il concept, insomma, spadroneggia indisturbato, l'androide procede, riflette, invariabilmente soffre, mentre attorno esplode il mondo, senza mai un riscatto che si profili all'orizzonte.

In tale compattezza tematica, perseguita con grande abnegazione, si cela anche il principale limite dell'intera operazione. Troppo preoccupato di narrarsi, di illustrare il suo claudicante avanzare nel mondo, il cyborg manca dell'opportuno carisma, di un senso della sfumatura che doni ai brani carattere, tridimensionalità. Che sia quindi il tono greve di una ballata gotica alla Soap & Skin (“Eyes”), la dancehall fantasmatica di “Too Dead Inside” o una ninna-nanna per androidi malmessi quale “Friendly Machine”, i bisbigli di Yeule rimangono fermi lì, un piatto girovagare senza una vera incisività comunicativa. Certo, vista la scelta tematica, una simile catatonia potrebbe pure risultare sensata, quando però esiste una “Don't Be So Hard....” a fare da contraltare al resto del disco, monta quasi un senso di frustrazione per l'occasione sprecata. I 284 minuti di “The Things They Did For Me Out Of Love” (bonus track dell'edizione digitale), tutta dilatazioni droniche, paiono troppo un accanimento terapeutico.

Forse Yeule troverà l'errore fatale e passerà su un altro piano dell'esistenza, forse riuscirà a dare un'impronta meno isolazionista al suo percorso. Vada come vada, serve una scossa che smuova nell'intimo un immaginario troppo impegnato a guardare se stesso.

(16/03/2022)

  • Tracklist
  1. My Name Is Nat Ćmiel
  2. Electric
  3. Flowers Are Dead
  4. Eyes
  5. Perfect Blue (ft. Tohji)
  6. Don't Be So Hard On Your Own Beauty
  7. Fragments
  8. Too Dead Inside
  9. Bites On My Neck
  10. I
  11. Friendly Machine
  12. Mandy
  13. The Things They Did For Me Out Of Love (bonus track)


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