HIDDEN ORCHESTRA - To Dream Is To Forget

2023 (Lone figures)
nu jazz

My soul is a hidden orchestra; I know not what instruments, what fiddlestrings and harps, drums and tamboura I sound and clash inside myself. All I hear is the symphony.

(Fernando Pessoa, “The Book of Disquiet”)

C’è un’immagine che sorge spontanea quando si ascolta Hidden Orchestra e puntuale arriva il dubbio se sia il caso di declinare i verbi al singolare o al plurale: un gruppo di persone squisitamente diverse che affollano la psiche di (quello che fino a prova contraria è) un individuo. Quell’individuo è Fernando Pessoa. Pessoa e la sua individualità smarrita in un labirinto di specchi. Pessoa (che, guarda caso, in portoghese significa persona) e la sua consorteria di personalità, ognuna con i suoi tratti distintivi più o meno delineati, che, come un’orchestra nascosta dietro una maschera, suona in perfetta armonia.

Difficile dire se Joe Acheson sia affetto da una simile germogliazione di identità, ma non è da escludere. Introdotto alla musica sin dall’infanzia, il giovane Joe passa dai cori in chiesa agli studi di piano, violino, fagotto, composizione, arrangiamento, prima di scoprire i misteri del campionamento e del taglia e cuci multistrato di hiphoppiana tradizione. Da qui alla concezione di una musica che incorpori al suo interno gli arzigogoli ritmici di Aphex Twin, l’Amon Tobin di “Supermodified” e “Bricolage” e la psichedelia post-umana dei Boards of Canada il passo è, tutto sommato, naturale. L’orchestra nascosta s’informa in questa maniera, ma raggiunge il suo status rigorosamente non definitivo con il coinvolgimento di collaboratori e compagni di viaggio più o meno stabili, a cominciare da Poppy Ackroyd (talentuosa pianista e nipote di Norman, autore delle acquetinte che decorano le copertine), dai batteristi Tim Lane e Jamie Graham, e da quel Tomáš Dvořák che i videogamer più ammodo conosceranno con il nome di Floex, compositore d’elezione di Amanita Design. Lontana dai cliché dei tipici sviluppatori indie, Amanita si è affermata negli anni più come una bottega di videogame che come uno studio in sé per sé. I suoi giochi — Machinarium, la trilogia di Samarost, Botanicula, Creaks — possiedono quella che si può descrivere come una sorta di anima che solamente l’approccio artigianale a ogni fase del loro sviluppo può giustificare. In questo humus particolare che artisti come Dvořák e lo stesso Acheson hanno coltivato quello che si può chiamare il “sound di Amanita”: un amalgama di folktronica, jazz e musica classica che ha influito non poco sull’evoluzione stilistica tanto di Floex che di/della Hidden Orchestra e, per estensione, del nu jazz — o almeno di uno dei suoi suoi aspetti.

Seppur inserito nella continuità filologica che caratterizza la sua intera discografia, “To Dream Is To Forget” rappresenta allo stesso tempo un significativo punto di svolta per Joe Acheson. Innanzitutto perché si tratta della prima pubblicazione per l’etichetta Lone Figures, da lui stesso fondata. In secondo luogo, perché qualcosa nello stile compositivo sembra essere decisamente cambiato. Nulla di rivoluzionario, sia chiaro, ma basta ascoltare già solo la prima traccia per capire quanto la scrittura sia adesso orientata verso una formula più asciutta e incisiva. “Hammered” è un prodigio d’incastri percussivi e melodici tra strumenti reali ed elettronici, a spartirsi di volta in volta la predominanza sugli altri – ora è il dulcimer, ora è il pianoforte, ora il sinuoso interplay tra sequencer e batteria – dove ogni linea armonica si deposita come in un lento processo geologico. D’altra parte, è lo stesso autore con la sua flemma serafica a confermarlo nelle interviste: la composizione di un brano può durare oltre dieci anni di lavoro più o meno attivo; il risultato finale è come un compendio di esperienze, una capsula del tempo da disseppellire una volta trovata la sua forma ideale.

La sinfonia elettroacustica di “Skylarks” sembra arrivare giusto per smentire quanto affermato prima. I suoi otto minuti di planate, improvvise impennate ritmiche e cinguettii ostinati somigliano alla traduzione musicale dell’acquatinta in copertina e raggiungono il loro climax emotivo nelle impietose sferzate di onde quadre contro una bassline più frastagliata che mai. La furia degli elementi trova infine il suo placido epilogo nella debussiana “Nightfall”.

A questo punto è già evidente come le pur presenti geofonie trovino meno spazio che in passato e la durata media dei brani abbia subito una sostanziale ritrazione. Alla consueta produzione di valore, attenta alla tessitura di suoni avvolgenti come una coperta di pile, di beat che cioccano come blocchi di legno, si unisce una composizione diretta alla creazione di una musica elettronica che si appropria di un lessico acustico opportunamente sminuzzato e ricomposto con il proposito buono e giusto di riempire quella nicchia lasciata colpevolmente sguarnita da Four Tet. Perché in fondo cos’è “Little Buddy Move” se non un compendio dell’hebdenismo ammantato di una luce decisamente più crepuscolare? A ben vedere, “To Dream Is To Forget” non poteva arrivare in un momento più appropriato. Tanto la title track quanto l’album nella sua interezza sono un tiepido canto d’autunno, dei suoi tramonti intrisi di malinconia, di panorami scompigliati dal vento.

02/11/2023

Tracklist

  1. 1. Hammered
  2. 2. Little Buddy Move
  3. 3. Skylarks
  4. 4. Nightfall
  5. 5. Scatter
  6. 6. Ripple
  7. 7. Broken
  8. 8. Cage Then Brick
  9. 9. Reverse Learning
  10. 10. To Dream Is To Forget

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