“Aftersun”, il primo lungometraggio della regista scozzese Charlotte Wells, è un racconto di un viaggio in Turchia fatto da una ragazzina di nome Sophie insieme a suo padre negli anni 90. I ricordi filtrati da video amatoriali e dai frammenti di memoria della protagonista, all’epoca ancora bambina, sono immersi in un universo sonoro talmente intrecciato alla trama del film da costituirne una parte essenziale.
Molti brani iconici attraversano la vita dei personaggi e rievocano l’atmosfera di quel periodo (“Losing My Religion” dei Rem, “Tender” dei Blur, “Tubthumping” dei Chumbawamba, “Under Pressure” di Bowie e i Queen, fra gli altri). Spetta però alla mirabile colonna sonora di Oliver Coates il delicato compito di stabilire un equilibrio fra i diversi piani temporali e di svelare i tumultuosi sentimenti che attraversano gli animi dei protagonisti.
Nelle sue precedenti esperienze soliste, il violoncellista inglese si era fatto conoscere per le sue sonorità elettroniche originali, a tratti stravaganti, con evidenti richiami a Aphex Twin. Le composizioni create per “Aftersun” hanno un approccio decisamente più minimalista, con molti pezzi costruiti attorno a semplici figure musicali ripetute. Il brano “One Without”, che accompagna gli spettatori nella parte finale del film, non è altro che un succedersi di poche sezioni di archi sovrapposte reiterate per tutta la durata della canzone. Ciononostante, l’effetto è molto emozionante; non soltanto perché incastonato in uno dei momenti più commoventi del lungometraggio, ma anche per il valore intrinseco della composizione, che funziona perfettamente anche se ascoltata in un contesto differente. La partitura calda e avvolgente sembra provenire da una dimensione ultraterrena, mitigando quel sentimento di perdita e di malinconia incombente in tutte le tracce dell’album.
Gli arrangiamenti degli archi sono molto curati, come è lecito aspettarsi dal background di Coates. Molti brani sono imperniati su una base di violoncello da cui si dipanano ramificazioni elettroniche create attraverso i synth (“Memory Openining”, “Tai Chi”, “Boat” “Night”, “Swimming Pool- Sky”). In altri casi le risonanze analogiche sommergono completamente le parti strumentali amplificando la tensione o si lasciano risucchiare dai suoni provenienti dallo spazio ambientale sino ad amalgamarsi totalmente. Emblematica è in tal senso “Last Dance” in cui il cupo incipit di Coates si interseca con la musica di “Under Pressure” fino a diventarne una riproposizione in chiave elettronica. Le commistioni sono a volte ancora più impercettibili, con percussioni, fruscii o voci appena accennate. In “Sophie Pool With The Guy” i rumori in sottofondo sembrano provenire da profondità subacquee.
In un film che si dipana attraverso il fragile e doloroso equilibrio dei ricordi, la colonna sonora firmata da Coates conferisce spessore a quelle emozioni che certamente determinano quanto accade, che non è direttamente conoscibile attraverso la sola rappresentazione visiva. Nel ricorrente utilizzo di filmati amatoriali, così come anche nei ricordi privi di qualsivoglia increspatura, la musica rimane quasi del tutto silenziosa. Si manifesta, invece, quando il peso emotivo della situazione lo richiede, aiutando gli spettatori a colmare i silenzi e gli spazi vuoti delle cose non dette.
Le sonorità del compositore inglese si adattano alla perfezione alle immagini di Wells e senza sforzo ne diventano lo strumento attraverso cui la regista scozzese scandaglia le piccole fluttuazioni che intercorrono nel rapporto fra Sophie e il padre.
16/02/2023