For all the trials and all the pain
The mission is as it’s always been
For my son to become a man and live free in his American dream
Il ritorno con questo “American Dream”, terzo album ufficiale che arriva ben sei anni dopo “I Am > I Was” (2018) serve soprattutto a consolidare la celebrità, senza dover condividere il ruolo da protagonista, dopo i guai con la giustizia del 2019, quando si è visto cacciare dagli Stati Uniti alla luce di un permesso scaduto da molti anni. Il titolo assume così un significato più autobiografico, amaramente ironico nell’inchiodare gli Stati Uniti reali alla loro fama di terra delle opportunità nonostante le ingiustizie sociali, la violenza, le responsabilità politiche.
Aperto da una registrazione della madre che presenta l’album, il resto della scaletta gioca sul sicuro affidandosi al delivery rilassato e strascicato del titolare, già in bella mostra tra i vocalizzi femminili vellutati e il beat jazzato di “All Of Me”. Gli archi vintage della cupa “Redrum”, con un altro loop di un vocalizzo, contribuiscono a donare una sfumatura ipnotica all’ascolto, un’impressione confermata dalla più ruffiana “N.h.i.e.” con Doja Cat, riverberata e decorata da chitarre slide. Il sample vocale è uno degli elementi ricorrenti dell’album, tanto da aumentarne la coesione e distinguerlo dalla più aggressiva e oscura discografia precedente.
Il modello di riferimento del passato, cioè la trap stradaiola dell’ossessiva “Sneaky” e anche la curvatura più gotica proposta da Metro Boomin’ in “Pop Ur Shit” (con Young Thug), servono comunque a non bruciare i ponti con le origini.
C’è spazio, su “American Dream”, per diventare più emotivi con “Letter To My Brudda” (“It ain’t that easy, puttin’ pain inside of lyrics/ Send this up to Heaven so they can clear it”), che deve qualcosa allo stile narrativo dei classici di Nas e alla loro malinconia metropolitana, e con la nostalgica amarezza di “Dark Days” (“Ready to risk your lifе and freedom for a pair of shoes”) ma chiaramente è più facile rintracciare i riferimenti allo stile di Travis Scott (che è ospite in “Née-Nah”), al racconto della drug life di Pusha T, al rap affogato nella lean di Future e, soprattutto nei più morbidi brani della seconda metà, Drake. Si arriva persino in un territorio pop-rap con “Just Like Me”, con la voce calda e soul di Burna Boy e si abbraccia lo stile enfatico degli Imagine Dragons nella più confusa e fuori posto “Red Sky”, una pacchiana trap orchestrale: propaggini più immediatamente spendibili nelle playlist su Spotify di un album che, forte della celebrità di cui gode il rapper, non deve genuflettersi molto ai ritornelli più immediati.
“American Dream” è un album che vede 21 Savage, oggi trentunenne, uscire dalla sua fase più giovanile e approdare a un racconto della vita nella trap più sfaccettato e autocritico, per quanto non sempre a fuoco o particolarmente creativo. Una nuova vita, fuori dall’illegalità, è il vero traguardo celebrato da questo terzo album, come chiosa in due dei suoi versi più importanti:
This what growth look like, no more committin’ crimes
I stayed out the way and made a way for us to grind
26/01/2024