Joel Ross

Nublues

2024 (Blue Note)
post-bop, blues-jazz

A volte andare avanti è una questione di fermarsi e guardarsi indietro, tornare al passato, storico e personale, e riscoprirsi completamente rinnovati, pronti ad affrontare il cammino con una nuova lena. Con l'imperversare della pandemia e l'attività dal vivo sospesa fino a data da destinarsi, il formidabile Joel Ross ha ripreso un corso di laurea in musica precedentemente interrotto alla New York's New School e lo ha quindi portato a termine. È stata un'occasione unica, perché l'eclettico vibrafonista approfondisse la storia del blues e ne studiasse il potere diacronico, la grande versatilità. Era solo questione di tempo affinché il musicista (visto e apprezzato lo scorso anno assieme alla band che ha accompagnato Makaya McCraven nella sua incendiaria tournée a supporto di “In These Times”) sfruttasse le conoscenze acquisite, e con esse rivestisse i suoi nuovi progetti. “Nublues”, così chiamato per fugare ogni dubbio, è il risultato di tale applicazione, un lavoro che reca impresse le stimmate estetiche di Ross ma che scopre una nuova sensibilità, un melodismo affinato, che coniuga presente e passato in un unico commosso abbraccio.

Tutt'altro che una semplificazione, insomma: a capo di un quintetto che comprende Immanuel Wilkins al sassofono contralto, Jeremy Corren al pianoforte, Kanoa Mendenhall al contrabbasso e Jeremy Dutton alla batteria (va menzionata anche la presenza di Gabrielle Garo al flauto in tre brani) Ross espande il potenziale del lato emotivo, lo adopera come elemento compositivo di prim'ordine, nei sette brani autografi che assieme a due cover di John Coltrane e una di Thelonious Monk compongono un prisma espressivo di amplissimo respiro. Il tutto senza brusche cesure, con la forza di un flusso che fa rassomigliare l'intero album a una sorta di intima jam-session tra amici.
Certo, con mamma Blue Note a gestire ancora una volta la distribuzione e una figura di spicco quale Walter Smith III a co-curare la produzione, il suono non potrebbe essere più scintillante. Nessuna lacca, però: in piena ottemperanza allo spirito bluesy, il tocco rimane sempre sensibile, attento alla gioia e al dato emotivo delle esecuzioni, capace di dare risalto alla singolarità di ogni strumentista e alla varietà delle soluzioni messe in atto.

Pura passione, insomma, che Ross sfrutta con grande competenza, anche quando il suo vibrafono passa più nelle retrovie: “Mellowdee” è una vera e propria epopea, col nucleo melodico di base a mutare ed evolversi man mano che dall'attacco in scia bop di partenza (tutto giocato sull'interplay di Ross e Wilkins) evolve in una solitaria ballata al chiaro di luna, prima che la chiusura approfondisca al meglio le intenzioni bluesy del disco. La reinterpretazione di “Equinox” rispetta l'andamento swing del leggendario standard di Coltrane, vi è però un calore nuovo, un'anima soul che emerge anche dai più fluidi fraseggi di batteria, guide in un percorso dell'anima che arriva a dissolversi in languidi loop in diminuendo.
Laddove in “Chant” il duetto Corren-Garo dà il via a un drammatico piroettare del flauto sopra scarse note dal tocco alla Satie, “Bach (God The Father In Eternity)” fa presto a sfruttare gli elementi barocchi suggeriti dal titolo, frammisti a una sensibilità spiritual che si esprime con commossa chiarezza.

E non finisce certo qua: la title track potrebbe andare avanti da sola all'infinito col solo contributo del vibrafono, con un approccio che rimanda alle visioni dell'ultimo Pharoah Sanders, prima che il resto del quintetto subentri e doni al diafano percuotere dello strumento una dimensione dalle tinte avant. Passato l'arrembante swing “Ya know?”, tra i momenti più deliziosi della raccolta (e tra i pochi dove l'abilità di Corren viene lasciata libera di esprimersi), le due cover finali offrono l'ennesimo spaccato della competenza e della rispondenza del quintetto, dapprima negli improvvisi cambi di tempo che adornano l'adattamento di “Evidence” di Monk (eccezionale soprattutto nel finale), successivamente nella sensuale chiusura cool di “Central Park West”, in cui Wilkins si muove in piena autonomia.

Sensibilità del passato con un vestito moderno, accattivante ma mai ruffiano: in poco più di un'ora, Joel Ross concretizza la sua sinuosa visione blues, prestandosi al servizio di un'accurata dimensione melodica. Un ritorno allo studio che ha decisamente ripagato lo sforzo.

11/04/2024

Tracklist

  1. Early
  2. Equinox
  3. Mellowdee
  4. Chant
  5. What Am I Waiting For?
  6. Back (God The Father In Eternity)
  7. Nublues
  8. Ya Know?
  9. Evidence
  10. Central Park West

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