Lauren Mayberry esordisce da solista nel 2024 dopo dieci anni e più di carriera come vocalist e storica frontwoman del trio indie/synth-pop scozzese CHVRCHES (leggasi: “Churches”), con i quali ha raggiunto il successo mondiale e ha catturato l’immaginario di una generazione. Il suo primo album, “Vicious Creature”, è un disco pregno di una forma pop aspra, a tratti sarcastico e certamente poco “romantico”, per così dire, ma che si distingue soprattutto per l’assenza di quella “pesantezza” di suono elaborata dai due storici compagni di band della cantante, Martin Doherty e Iain Cook, qui del tutto assenti. In compenso, ci sono diversi producer e collaboratori di livello – tra cui Greg Kurstin, già leggenda, che con i tre aveva lavorato nel 2018 all’album “Love Is Dead”. Il risultato è un disco pop che, nonostante i toni e i temi trattati (vedi sotto), risulta piuttosto leggero e accessibile, anche se coinvolgente solo in parte.
C’è da dire che la proposta musicale in sé, per quanto accattivante, non risulta particolarmente originale e mostra debiti con le produzioni di varie popstar e artiste femminili contemporanee: “Crocodile Tears” suona per esempio come un pezzo art pop di Carly Rae Jepsen di metà anni 10; “Shame” ricorda molto la Hayley Williams da solista – con la quale tra l’altro i CHVRCHES hanno collaborato nel 2015, in una versione di “Bury It”; “Anywhere But Dancing” è una ballad folk acustica che potrebbe stare tranquillamente in “Folklore” di Taylor Swift; “Punch Drunk” adotta invece lo stile del novello pop/rock “acido” reso popolare da Olivia Rodrigo, specie con il suo ultimo album.
Più interessante, invece, il punk alternative di “Sorry, Etc.”, nella quale la cantante parla indirettamente dei suoi sacrifici per essere “one of the boys”, intesi sia come tentativi per affermarsi in un mondo in gran parte maschile – ai suoi esordi, quello della musica indie – che per figurare come frontwoman credibile di un progetto, quello dei CHVRCHES, musicalmente costruito da due maschi e anche più grandi di lei. Non mancano ovviamente riferimenti più o meno palesi al famigerato patriarcato e alle lotte femminili per l’emancipazione, che qui si traducono però in singoli gesti di sacrificio individuali, espressi con rancore.
Il tema ricorre anche in altre canzoni, laddove più che lamentarsi di ex e relazioni finite male – come ai vecchi tempi dei CHVRCHES – Lauren preferisce affrontare l’argomento partendo da un quadro d’insieme – come ai nuovi tempi dei CHVRCHES, in canzoni come “He Said, She Said”, operando un classico confronto tra sessi e discutendo di strategie e modalità di sopravvivenza. Come fa in “Change Shapes”, un avvincente art pop di buon livello, anche questo parecchio interessante. Su note simili pure “Mantra”, un inno indie-pop colmo d’acredine, che narra di antagonismo, indivia e desiderio (di vendetta?) represso.
L’album si chiude con “Sunday Best”, un pezzo che da vicino ricorda le produzioni neo-madchester della poco conosciuta artista Pixey, e con la ballad pianistica “Are You Awake?”, alla Billie Eilish, un pezzo che esprime disincanto e amarezza verso fama e successo, o in senso più lato sull’importanza di avere quel che si vuole o meno. La tracklist nel suo complesso non riluce quindi di innovazione, anche se i brani sono abbastanza state-of-the-art – parlando di pop, perlomeno – e parecchi spunti sono interessanti. I tre momenti migliori rimangono “Shame”, “Change Shapes” e “Mantra”. Un buon esordio tutto sommato, convincente per il panorama pop e abbastanza coinvolgente per i fan dei CHVRCHES, in cui la Mayberry riesce a esprimere sé stessa, con la sua caratteristica forza di carattere (oltre che vocale) senza indugi. La speranza, però, è che non sia questo il meglio che ha da offrire.
15/12/2024