Weird sexy pop, capitolo secondo. Ancor più funky se vogliamo, indubbiamente dotato di analoga freschezza melodica, eppure pregno di una vulnerabilità e di un desiderio di auto-analisi ben più marcati: divertimento e riflessione procedono a pari passo, nel secondo album di Remi Wolf, le sue grandi idee non vogliono rinunciare a un’oncia del loro carattere, confermandosi più che mai curiose e attraenti. Giustamente, viene da dire: vario tanto quanto l’esordio, ma con una maturità che trasporta la verve psichedelica di questo verso una nuova consapevolezza compositiva, “Big Ideas” lancia l’amo per accogliere nuovi umori, sensazioni finora intraviste in controluce, dando loro lo spazio che meritano. Perché le idee, per crescere hanno bisogno, di essere coltivate.
Si lasci a Wolf il compito di coltivarle, con quel pizzico di follia che rende le cose più interessanti: già dai singoli si intravedeva un pot-pourri tutto incentrato sul carisma espressivo della sua autrice, sui suoi imprendibili cambi d’umore (“Cinderella”, tutta uno sfrigolare di ottoni e fischietti, si concentra proprio sulle costanti variazioni d’animo che la interessano), sulle sue folli scorribande d’amore (la Pat Benatar cotta a puntino nelle forme simil-Aor di “Soup”), perché no sui suoi roboanti appetiti sessuali (“Toro”, tutta un programma, tra riferimenti a Sly Stone e un andamento da corrida finita in una nuvola di coca). E se il ritmo vuole rallentare, nessun problema: ci pensa “Motorcycle” a portare a casa la quota ballad, nelle fattezze di un surreale lento soul in cui escapismo e un indistinto desiderio di concretezza dipingono i contorni di una città viva solo in rapidi istanti, come fantasmi prossimi a evaporare. Con una “Alone in Miami” volta a scavare un’impensata nicchia alt-rock fatta di incontri assurdi e situazioni oltre il paradossale, Wolf si ritaglia una cinquina d’inizio da favola, l’Ep pop che tante stelline più o meno amate del settore vorrebbero avere nel loro catalogo.
Non che il resto non riservi sorprese, in fondo il reggae perturbato di “Wave” ha quelle peculiarità aliene e ansiogene che band come i Missing Brazilians hanno saputo dominare ormai quarant’anni fa. E che dire di un momento quale “Frog Rock”, con la sua chitarra tutta fiori e psichedelia e il suo passo urbano? Resta però il leggero amaro in bocca per l’occasione sprecata di “Pitiful”, autoironica al punto da risultare una scemotta filastrocca per bambini, soprattutto per il falso stop’n’go di “Just The Start”, un’occasione acustica risolta su una progressione armonica fin troppo risaputa e un andamento che ne penalizza il convincente lirismo.
Poco male, a passo di vogue “Slay Bitch” arriva a raddrizzare ogni naso storto, a risolvere ogni indecisione con una corazza in lamé, make-up carichissimo e tanta, tantissima energia. Già, perché a volte basta proprio un po’ di energia a fare la differenza, a consentire il proverbiale passo in avanti, oltre ogni legittimo dubbio. Sempre strana, per quanto un pizzico meno selvaggia, decisamente sexy, Remi Wolf scrive il nuovo volume della sua esplosiva saga pop. Che il terzo ne riesca a esaltare l’essenza?
28/07/2024