Nel panorama emo del primo decennio degli anni Duemila, gli Algernon Cadwallader si distinsero per un sound tanto frenetico quanto contagioso. Se il loro acclamato esordio, “Some Kind Of Cadwallader” (2008), era una brillante prova di math-rock, poi affinata ulteriormente nel secondo album “Parrot Flies” (2011), “Trying Not To Have A Thought”, dato alle stampe dopo la reunion del 2022, rappresenta la loro opera più matura e al contempo più irrequieta.
La scena di provenienza è quella prolifica del Midwest Emo che comprende gruppi seminali come Modern Baseball, Foxing, The Appleseed Cast o Cap’n Jazz, tra le cui fila militavano dei giovanissimi fratelli Kinsella, prima di sciogliersi e dare vita ad altre band, tra cui gli acclamati American Football. E proprio come successo agli American Football che, dopo anni di silenzio, sono tornati insieme per dare alle stampe il terzo capitolo della loro discografia nel 2019, lo stesso accade oggi per gli Algernon Cadwallader. Rispetto ai lavori precedenti, in questo nuovo lavoro la spavalda anarchia è stata sostituita da un impeto espressivo più controllato. La band si è allontanata dalle influenze più twinkly per abbracciare un sound molto denso più vicino al post-hardcore e all’alternative-rock.
L’ansia post-adolescenziale propria dei primi lavori è mutata in una vera e propria crisi esistenziale. Questo si traduce in testi, non sempre all’altezza per la verità, che esprimono la fatica di affrontare la vita adulta e la disperazione dovuta al difficile tentativo di “non pensare” troppo (come suggerisce il titolo dell’album) cercando di focalizzarsi sul momento presente.
Da un punto di vista sonoro l’album è un concentrato di math-rock emotivo e vitale, come nell’effervescente pezzo d’apertura “Hawk”, in cui le chitarre dialogano tra loro in modo urgente e intricato, disegnando melodie e arpeggi rapidi che si incastrano perfettamente l’uno nell’altro. La batteria poi spinge in modo pressante, fissando immediatamente il tono urgente dell’album. Degne di nota anche le performance vocali del frontman che a tratti risultano grezze e straziate in tipico stile emo. Le chitarre, indiscutibili protagoniste, a volte seguono e guidano i frequenti cambi di tempo e di dinamica della batteria e del basso come in “Shameless Faces”, nel quale viene veicolata l’energia grezza del punk e dell’hardcore, mantenendo il tutto in uno stato di perenne eccitazione.
Ci sono anche momenti più pacati, come “What’s Mine”, in cui le chitarre tintinnano melodie più dolci ma non per questo meno complesse, o come “Koyaanisqatsi”, che parte docile e riflessiva per poi alzare i toni in un ritornello dai connotati rockettari e catartici.
In “You’ve Always Been” un luccicante e malinconico giro armonico, in evidente stile American Football, dà il via a un pezzo che poi prende una piega energica, il tutto in chiave piuttosto melodica.
Tirando le fila, il ritorno degli Algernon Cadwallader non è un semplice revival mirato a far felice qualche fan nostalgico o a incassare qualche nuovo introito (finalità assolutamente legittime entrambe), ma è avvenuto per dar voce a qualcosa di urgente e vitale. Questo lo si percepisce in ogni singola trama di un disco che, seppur non rimarrà negli annali, sarà sicuramente apprezzato dagli amanti del genere math-emo e non solo.
18/10/2025