Dopo che gli anni Dieci hanno visto l’elettronica da ballo più sperimentale via via contorcersi e accartocciarsi in quell’affascinante buco nero chiamato post-club music o deconstructed club, adesso, a metà anni Venti ampiamente superata, è forse giunto il tempo di ricostruire. Ma attenzione alle sorprese: avviare questo cantiere potrebbe non voler dire chinarsi a raccogliere astratti cocci digitali e tentare di riassemblarli, bensì impiegare come materiale le concrete vibrazioni del nostro stesso, umanissimo corpo. Questo sembra suggerire la prima registrazione in formato album di Ash (all’anagrafe Ashley) Fure, compositrice d’avanguardia e sound artist statunitense, attiva da più di un decennio.
Le sei parti di “Animal” rappresentano, in effetti, la cristallizzazione su disco di una intensissima performance messa a punto da Fure e da lei riprodotta dal vivo in più occasioni. Brandendo una larga piastra di policarbonato, la musicista si posiziona al centro di un recinto luminoso, che ospita, oltre a lei, due coni per altoparlanti rivolti verso l’alto. Gli altoparlanti rigurgitano una informe traccia audio approntata precedentemente, che viene plasmata “come argilla”, nelle parole della stessa Fure, dai movimenti da lei impartiti alla piastra, che fanno sì che le onde sonore vengano deviate, filtrate, polarizzate. Per di più, la piastra viene premuta, sbattuta, strusciata contro i coni; il corpo della performer, così come l’architettura del luogo in cui viene collocato l’impianto, interagiscono con le vibrazioni, modificandole; l’interazione tra Fure, i dispositivi sonori e l’ambiente circostante prende allora le forme di una via di mezzo tra un abbraccio e una lotta, che, una volta conclusasi, lascia l’artista regolarmente madida di sudore.
Una domanda sorge spontanea: ha senso ascoltare una versione in studio di una composizione così concepita? Se si è pronti ad accettare che fruirne assistendo o meno alla performance dal vivo corrisponda semplicemente a confrontarsi con due opere d’arte differenti, la risposta è decisamente positiva. E come suona il prodotto di tanto sforzo? Come un impressionante incrocio di droni poderosi in perenne mutazione, industrial techno subsonica, ritmi tellurici generati dalla fibra stessa dell’essere, e scricchiolii di ambient isolazionista. Ma anche come una controparte delle cattedrali glitch erette nelle installazioni di Ryoji Ikeda, in cui il flusso concettuale – ma anche compositivo – si inverte: invece che a cascate di dati rese suono, assistiamo qui al suono analogico puro e rombante che cerca di irrompere nel cyberspazio. Si tratta, intenzionalmente, di una risposta alla frenesia da Intelligenza Artificiale, a cui Ash Fure risponde con la Fisicità Naturale: rinunciare alla gara persa in partenza con le macchine sul piano delle capacità computazionali, e ritornare invece alla nostra radice animale di carne e sangue come inespugnabile fortezza dell’eccezionalità umana.
L’intuizione di Ash Fure cattura lo zeitgeist e al tempo stesso si riconnette con una tradizione pluridecennale, già rodata ben prima della rivoluzione digitale: le orchestre acusmatiche di amplificatori di Pierre Henry, gli esperimenti di Alvin Lucier che estrapolava poemi sinfonici da risonanze di voci in una stanza, da onde cerebrali o da fili metallici oscillanti. A testimonianza che certi linguaggi parlano la lingua dell’oggi e che la sperimentazione può uscire dalla torre d’avorio e farsi vita pulsante.
04/01/2026